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Il Papa e la festa del 22 ottobre

(2 minuti di lettura)
A cura della Redazione
Quella parola non pronunciata ha lasciato un vuoto che mille precisazioni non basteranno mai a colmare: perché il Papa a Pompei non ha mai parlato di camorra, del Male Assoluto che ammorba l’aria che respiriamo, che impedisce ogni forma di sviluppo, che uccide soprattutto la speranza? Per rispetto verso la parte buona di questa popolazione martoriata, vittima e non collusa con il Nemico: così hanno provato a spiegare dalla Sala Stampa Vaticana. Benedetto XVI ha invocato la costruzione di una civiltà dell’amore, nella quale non possono trovare posto i cattivi, i camorristi: neppure questa interpretazione del silenzio soddisfa l’esigenza insopprimibile di appoggio morale in questa battaglia quotidiana che combattiamo per garantirci almeno la sopravvivenza. Può esistere una dimensione spirituale totalmente avulsa da quella temporale? La festa in tono minore del 22 ottobre, le proteste per un’austerità che comunque non ha toccato il rito religioso, dimostrano che proprio nei momenti di difficoltà chi ha fede vi si rifugia. La partecipazione popolare alla processione, compresa quella virtuale resa possibile dalla web cam di TorreSette, l’ha trasformata in una marcia per la liberazione, ancora una volta consegnando al quadro della Madonna i propri voti. Superando per qualche ora pure le divisioni partitiche. Ecco perché una parola del Papa avrebbe rafforzato la speranza che la civiltà dell’odio prima o poi verrà sradicata. Certo, per ottenere lo scopo serve lo Stato, serve il suo impegno, servono i suoi uomini, ma il sostegno morale non guasta, soprattutto per chi, vestendo l’abito talare, tutti i giorni lotta per proteggere il più debole e per recuperare alla ragione e al vivere civile il più prepotente. Era stato proprio il Vescovo di Pompei, monsignor Liberati, a dichiarare nel giorno delle visita papale che qui ci si sente “non tanto disperati o scoraggiati, quanto crocifissi”. Concetto forte che richiamava comunque la speranza del riscatto, della resurrezione. A questo popolo di crocifissi serviva un segnale forte dalla massima autorità spirituale. Non è arrivato. E’ stata un’occasione persa, una delle tante che stanno condizionando il nostro calvario. Ci resta lo Stato, che un segno di presenza si accinge ufficialmente a darlo con il nuovo comando dei carabinieri. Laicamente giochiamoci questa carta, l’unica sulla quale puntare per scendere dalla croce. MASSIMO CORCIONE
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