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Vogliamo vivere, non sopravvivere

(2 minuti di lettura)
A cura della Redazione
Guai solo a pronunciarla la parola ottimismo: inesorabili arrivano mazzate che atterrerebbero un toro. Una settimana fa avevo letto favorevoli auspici dall’incontro telefonico con due irriducibili innamorati di Torre Annunziata, neppure il tempo di illudersi che siamo ripiombati nell’emergenza. Non bastasse il calvario della Zona Franca, la sfiancante altalena tra aperture e chiusure della Grande Politica Nazionale, altre notizie sono arrivate a spegnere ogni sorriso. La sequenza è stata terribile, il lavoro che se ne va ancor prima di cominciare. Il blocco dei lavori alla Cittadella commerciale di Traversa Andolfi, è l’ultimo colpo che si aggiunge al cantiere chiuso sul Corso e quello altrettanto sbarrato per il completamento del Tribunale: tutte decisioni inappuntabili sul piano formale che di fatto paralizzano una situazione già pericolosamente precaria. Siamo oltre la soglia della sopportazione, il dramma lavoro lascia poche speranze e eccita troppo gli animi. Insomma, siamo immersi nella solita disperazione. Finiremo per diventare sempre più un popolo di migranti. Le cifre pubblicate nel libro “Torre Annunziata in numeri” sono disarmanti: la popolazione torrese sta riducendosi secondo una progressione geometrica, c’è un dato che fa davvero riflettere: l’emigrazione in quattro anni (dal 2004 al 2008) è aumentata del 134 per cento. Una percentuale da paese disperato, senza speranza. In città sono rimasti in 44mila, uno su tre negli ultimi trent’anni ha scelto di andare altrove. Come un esercito in disarmo. Prima esisteva anche l’alibi della cittadella assediata, di Fortàpasc, la definizione che molti detestano ma che rappresenta meglio d’ogni altra la condizione vissuta per decenni. Ora che l’assedio è finito, occorre pensare a chi è stato finalmente liberato. E qui l’operazione di pulizia s’è fermata. I carabinieri del capitano Toti, la Polizia, i finanzieri, gli stessi magistrati fanno l’impossibile, ma rappresentano solo il primo stadio. Siamo, dovremmo essere, alla ricostruzione. Non si ricostruisce però senza strumenti speciali, senza misure eccezionali, senza norme che semplificano invece di complicare. Sembra la scoperta dell’acqua calda, eppure siamo sempre innaffiati da docce gelate. Di illusioni si può anche morire, e invece a Torre Annunziata noi vogliamo vivere e non solo sopravvivere. MASSIMO CORCIONE

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