A cura di Mario Cardone

Chi ricorda il testo della canzone napoletana “a’ casciaforte” del 1928, recitato egregiamente da Roberto Murolo e portato al successo da Renato Carosone, con l’inseparabile Gegé, nel secondo dopoguerra? Quei versi descrivono i sentimenti racchiusi negli oggetti più cari che rendono senza tempo i ricordi più belli, le speranze per il futuro e una spintarella alla buona sorte. Più o meno gli stessi sentimenti che devono aver convinto donne di duemila anni fa a conservare in una cassa amuleti, gemme, ciondoli di cotto smaltato, bronzo, osso e ambra. Un tesoro dal valore intimo che è emerso durante lo scavo della Regio V nell'antica Pompei, formato da monili e piccoli oggetti che racchiudono segreti dell’universo femminile. Alcuni utilizzati per ornamento, altri per proteggersi dalla cattiva sorte. Erano in un ambiente della Casa del Giardino, all’origine custoditi dentro una cassa in legno.

Dopo il rinvenimento sono stati restaurati e riportati al loro splendore dalle restauratrici del Laboratorio di Restauro del Parco Archeologico di Pompei. Facevano probabilmente parte di un “tesoretto” dei preziosi di famiglia rimasti nella Casa. Sono rimaste solo le tracce della cassa in legno che conteneva i reperti, al contrario le cerniere bronzee si sono ben conservate tra la cenere e i lapilli a differenza della parte lignea della cassa decompostasi insieme ad un mobile di un ambiente di servizio, forse un deposito. Sul fondo dell’impronta lasciata dalla cassa sono stati rinvenuti numerosi preziosi (per valore venale o dell'anima) come due specchi, vaghi di collana, elementi decorativi smaltati, bronzo, osso, vetro e ambra, amuleti fallici, frammenti di spiga e statuina in ambra dal valore apotropaico. Inoltre gemme di diversa natura come un’ametista con figura femminile e una corniola con profilo d’artigiano.

Diversi pezzi vantano la qualità pregiata dei materiali e la fattura straordinaria. Tra le paste vitree, eccezionali sono quelle con incise, su una la testa di Dioniso, sull’altra un satiro danzante. Alcuni oggetti preziosi sono stati trovati anche in una altra stanza della casa, presso l’atrio, dove sono stati esaminati e ricomposti resti scheletrici di donne e bambini, violati da scavi clandestini di età moderna, probabilmente motivati al furto di materiale dei prezioso che le vittime portavano con loro durante la fuga. Solo un anello in ferro, ancora al dito della vittima, e un amuleto smaltato sono sfuggiti al saccheggio. La straordinarie condizioni di conservazione insieme alla qualità dei manufatti hanno reso possibile ripristinare un restauro che li ha fatto tornare a una nuova vita che partirà con l’esposizione, con altri gioielli pompeiani, presso la Palestra Grande. Sarà il seguito di “Vanity”, la mostra dedicata al confronto tra i gioielli dalle Cicladi e quelli di Pompei ed altri siti campani.

“Si tratta di oggetti della vita quotidiana del mondo femminile che raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città - dichiara il direttore generale, Massimo Osanna -. Nella stessa Casa abbiamo scoperto una stanza con dieci vittime, tra cui donne e bambini, di cui stiamo cercando di stabilire le relazioni di parentela e ricomporre il gruppo familiare, attraverso le analisi sul DNA. Chissà che la cassetta di preziosi non appartenesse a una di queste vittime. Particolarmente interessante è l’iconografia ricorrente degli oggetti e amuleti, che invocano fortuna, fertilità e protezione contro la mala sorte. E dunque i numerosi pendenti a forma di piccoli falli, o la spiga, il pugno chiuso, il teschio, la figura di Arpocrate, gli scarabei”.