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Pompei – Al Teatro Grande la tragedia che parla ancora al nostro tempo: I Persiani di Eschilo

Pompei – Al Teatro Grande la tragedia che parla ancora al nostro tempo: I Persiani di Eschilo

Dal 10 al 12 Luglio in scena la più antica opera greca con la visionaria regia di Alex Ollè

(4 minuti di lettura)

Dal 10 al 12 luglio, alle ore 20, il Teatro Grande del Parco Archeologico, nell’ambito della rassegna “Pompeii Theatrum Mundi” accoglie una delle opere più potenti e sorprendenti del teatro antico: “I Persiani” di Eschilo. Dopo il grande successo ottenuto al Teatro Greco di Siracusa, approda nella città vesuviana la visionaria regia di Alex Ollé, che restituisce al pubblico una lettura intensa, contemporanea e profondamente politica di un testo capace, a quasi duemilacinquecento anni dalla sua composizione, di interrogare ancora la coscienza del presente. Esistono opere che attraversano i secoli senza perdere la propria forza espressiva.

I Persiani appartiene a questa rara categoria. È la più antica tragedia greca giunta integralmente fino a noi e rappresenta ancora oggi una straordinaria riflessione sulla guerra, sul potere, sulla memoria e sulla fragilità dell'uomo. Scritta e rappresentata ad Atene nel 472 a.C., appena otto anni dopo la vittoria greca nella battaglia di Salamina, l'opera costituisce un unicum nella storia del teatro antico. Eschilo, che aveva combattuto personalmente contro l'esercito persiano, sceglie infatti di raccontare quel conflitto non dal punto di vista dei vincitori, ma attraverso gli occhi degli sconfitti. Una scelta di sorprendente modernità che trasforma la tragedia in un universale canto di dolore contro gli orrori della guerra.

L'azione si svolge a Susa, capitale dell'impero persiano. Il gigantesco esercito guidato da Serse è partito alla conquista della Grecia, ma del sovrano non arrivano notizie. A corte cresce l'angoscia. Atossa, madre del re e vedova del grande Dario, è tormentata da un sogno premonitore che sembra annunciare la rovina del figlio e dell'intero impero. L'arrivo del Messaggero dissolve ogni speranza: la flotta persiana è stata annientata nella battaglia di Salamina. Da quel momento prende avvio un doloroso percorso di elaborazione della sconfitta, culminante nell'apparizione dello spettro di Dario e nel ritorno di Serse, ormai spogliato della gloria imperiale e schiacciato dal peso della vergogna, della responsabilità e del lutto.

È proprio questa prospettiva a rendere I Persiani un'opera straordinariamente attuale. Eschilo non celebra il trionfo militare, ma restituisce dignità al dolore del nemico, mostrando come ogni guerra produca soltanto distruzione, perdita e sofferenza. Nella lettura di Alex Ollé, tra i fondatori della compagnia catalana La Fura dels Baus, il testo assume una forza ulteriore. La tragedia non è soltanto una riflessione sulla compassione o sulla caducità del destino umano, ma diventa una lucida analisi dei meccanismi del potere, della sua arroganza e della sua illusione di eternità. La disfatta dell'impero persiano si trasforma così in una metafora universale: ogni dominio che si ritiene invincibile è destinato, prima o poi, a confrontarsi con il proprio limite. Il cuore dello spettacolo è proprio il dialogo costante tra il mondo antico e il presente.

Atossa e Serse non incarnano soltanto una dinastia sconfitta, ma rappresentano il desiderio, sempre attuale, di perpetuare un potere considerato immutabile, di preservare un sistema apparentemente eterno che si rivela invece improvvisamente fragile. È impossibile non cogliere, in questa lettura, i richiami alle crisi geopolitiche contemporanee, ai conflitti che continuano a segnare il nostro tempo e alla drammatica illusione che la forza possa garantire stabilità e dominio. Sul palcoscenico prende vita un cast di assoluto prestigio. Anna Bonaiuto interpreta un'intensa Atossa, figura insieme materna e politica, emblema di un potere che assiste impotente al proprio crollo. Alessio Boni veste i panni dello spettro di Dario, presenza autorevole che richiama il valore della memoria e della responsabilità storica. Giuseppe Sartori è il Messaggero, voce tragica della catastrofe, mentre Massimo Nicolini dà volto a un Serse devastato dalla sconfitta. Marco Maria Casazza guida il Coro, autentica coscienza collettiva dell'opera e custode del dolore di un intero popolo. A sostenere la forza drammaturgica dello spettacolo contribuisce un allestimento scenico di grande impatto firmato da Alfons Flores, con i costumi di Lluc Castells, le musiche di Josep Sanou, il disegno luci di Marco Filibeck e i video di Joan Rodon. Tutti gli elementi scenici dialogano con il testo antico trasformandolo in un'esperienza immersiva, capace di coinvolgere lo spettatore sul piano emotivo e visivo.

La suggestione del Teatro Grande di Pompei, luogo in cui il teatro antico ritrova la sua naturale dimensione, amplifica ulteriormente il valore di questa produzione, creando un incontro ideale tra il patrimonio archeologico e la grande drammaturgia classica. A quasi venticinque secoli dalla sua composizione, I Persiani continua a porre una domanda che resta drammaticamente attuale: che cosa rimane quando il potere crolla? Eschilo affida la risposta non ai vincitori, ma al pianto dei vinti. Ed è proprio in quel lamento che il teatro ritrova la sua funzione più alta: ricordare la fragilità della condizione umana e invitare ogni epoca a riflettere sul prezzo della guerra, sull'arroganza del potere e sul valore imprescindibile della memoria.

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