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Je so' pazzo, l'uomo oltre la leggenda
Dall’infanzia difficile ai primi successi, il film ripercorre il percorso di un giovane talento destinato a cambiare la musica napoletana
Si può raccontare la storia di un grande artista riuscendo a restituire la sua anima?
Questo è l’interrogativo che ha dato vita a Je so’ pazzo, il biopic sulla vita e la carriera di Pino Daniele diretto da Nicola Prosatore con protagonista Massimiliano Caiazzo, arrivato nelle sale cinematografiche il 15 ottobre.
Il film, che ha già conquistato la vetta al box office italiano, sfiorando il primo milione di euro dopo solo tre giorni dalla sua uscita, racconta la storia di Pino partendo proprio dalle sue radici. “Non volevamo raccontare il mito, ma quello che c’è dietro al mito - afferma il regista -. Io e Pino abbiamo condiviso le stesse pietre”.
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Prosatore, infatti, cresce nello stesso quartiere del cantautore napoletano, e questo gli ha permesso di basare il suo racconto non solo su un grande studio, ma anche sui ricordi personali di quella Napoli degli anni ottanta che faticava a cambiare.
Gennaro Daniele, l’impersonificazione di una Napoli difficile
La pellicola inizia con Pino Daniele bambino che percorre i quartieri della città insieme al padre, alla ricerca di dollars. Di fatti, fin dalle prime sequenze, emerge come il rapporto travagliato con la figura paterna costituisca uno dei fili narrativi centrali del film, al quale viene dedicato ampio spazio nel corso del racconto. Un legame conflittuale, segnato da incomprensioni e scontri, quasi sempre vinti dalla prepotenza paterna. Questo rapporto accompagna la crescita personale e artistica di Pino e conferisce alla narrazione una struttura circolare. Non a caso, il film si conclude con il concerto dell’artista in Piazza del Plebiscito, dove, dopo una violenta lite con il padre, Pino sale sul palco e trova, finalmente, il coraggio di rispondergli attraverso ciò che gli riesce meglio: la musica.
A tratti sembrerebbe proprio che Gennaro Daniele rappresenti quella Napoli da cui Pino cerca di distaccarsi e che denuncia nelle sue canzoni. Una città segnata dall’omertà, dalle contraddizioni, da profonde problematiche sociali, da cui Pino tenta ad un certo punto di fuggire.
Vedi prima le notizie che ti interessano Scegli TorreSette come fonte preferita su Google. Bastano due tap: si apre Google, tocchi TorreSette e confermi.Je so’ pazzo e il lato umano di Pino Daniele
L’immagine che si presenta agli occhi degli spettatori, fin dai primi istanti, non è quella del performer che siamo abituati a riconoscere, bensì quella di Pinotto, un ragazzo un po’ goffo e ancora lontano dall’identità artistica che lo renderà celebre. A cercare di garantirgli un futuro più stabile sono le zie, che, nella convinzione che il posto fisso rappresenti la strada più sicura, si mobilitano per presentare una domanda di assunzione presso la compagnia aerea Alitalia a sua insaputa.
Accanto a lui poi c’è Doretta, interpretata da Mariasole Pollio, la figura femminile che accompagna Pino durante i suoi primi concerti e l’uscita del suo primo album Terra mia. Anche lei contribuisce a rendere più vero il ritratto di Pino, mostrando il suo lato più vulnerabile e fragile.
Di certo interpretare Pino, cercando di restituire la sua parte più fragile e umana non è qualcosa di semplice, ma Massimiliano Caiazzo, nel suo piccolo, credo che sia riuscito nell’intento. L’attore ha colto l’essenza dell’artista, affrontando un ruolo complesso e inevitabilmente carico di aspettative. Nonostante le critiche ricevute da una parte del pubblico, la sua interpretazione sembra aver trovato un riscontro significativo anche al botteghino, considerando i risultati raggiunti dal film nei primi giorni di programmazione.
Grazie anche alla guida e ai suggerimenti del regista, Caiazzo è riuscito ad accompagnare gli spettatori nei primi anni del successo di Pino, restituendone la caparbietà, il desiderio di affermarsi e, soprattutto, la capacità di rimanere fedele a sé stesso anche di fronte alle pressioni di chi avrebbe voluto modificarne lo stile e la scrittura per renderlo più commerciale.
Perché Pino Daniele, prima ancora di essere il grande artista che tutti conosciamo era un figlio, un fratello, un compagno, ma soprattutto un’anima profondamente ribelle.
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