A cura di Salvatore Prisco

La proposta del fresco presidente dell’Eav Umberto De Gregorio di fare scegliere il prossimo candidato a sindaco di Napoli del PD da un comitato interno di “saggi”, cioè - lui dice - Antonio Bassolino, Graziella Pagano e Umberto Ranieri  (che si sono tutti, come ovvio, prontamente sfilati per palese conflitto di interesse; la pensata dà infatti l’idea di una polpetta avvelenata per mettere fuori gioco pretendenti autorevoli), ha provocato discussioni e critiche.

Essa non mi è nuova: molti anni fa, proprio chi scrive, propose questo metodo sul Corriere del Mezzogiorno, per individuare - se non ricordo male - il futuro sindaco di Napoli, o forse il candidato dell’epoca a Presidente della Regione. Fui pure io subissato di critiche. Il mio amico Paolo Macry mi rispose ironicamente che - per comporre questa commissione - ci sarebbero voluti un saggio migliorista, uno bassoliniano e uno di mezzo tra i due, magari cooptato dal seno della mitica “società civile”.

La verità è che le Primarie non sono la bacchetta magica o un lavacro salvifico di pratiche clientelari in nome della buona democrazia. Si tratta semplicemente di un surrogato per rivitalizzare (nell’epoca di partiti già di massa, ma che oggi si sono “squagliati”) una declinante partecipazione e mobilitare l’opinione pubblica amica, o di una concessione alle istanze di democrazia diretta, oggi tanto di moda, ovvero ancora - come è stato da ultimo per De Luca - di un modo di capitalizzare un consenso o una forza organizzativa che era per lui più forte nella società che nel partito. O possono ben essere le tre cose assieme. De Gregorio è persona perbene, ma se permette - lui che è stato il cavallo di Troia dell’ex sindaco di Salerno nel mondo della borghesia napoletana (la volta prima suo tallone di Achille) - avrebbe dovuto aspettarsi le censure di “doppiopesismo” che gli sono piovute addosso.

Lo strumento è in ogni caso inquinabile, come dimostrano le disastrose Primarie tra Cozzolino e Ranieri che lui stesso ricorda, le vicende liguri o altre precedenti; la competizione spesso viene vinta dal un candidato outsider, perché il favorito è individuato dalla coalizione degli oppositori come il piccione su cui sparare. Quando perdipiù le Primarie sono aperte (il che è stata l’arma vincente di Renzi per conquistare il suo partito), si verifica il paradosso sottolineato da D’Alema, che sarà pure antipatico, ma una cosa giusta la disse: “Sarebbe come far decidere a chi abita nel condominio di fronte chi deve amministrare il mio”.

Celebrare Primarie aperte, senza un elenco di elettori certificato da funzionarî pubblici e controlli (senza insomma una legge che le disciplini)i, significa cioè consegnare potenzialmente ad avversarî scelte che dovrebbero essere interne a un partito. In conclusione, però, ben venga questa discussione estiva se serve al PD (e ad altri: anche il centrodestra sta dividendosi sul tema), con i pregi, ma anche tutti i limiti, di uno strumento da tarare assai meglio di quanto oggi non sia e del quale ci siamo anni fa innamorati col solito spirito provinciale, importandolo inavvedutamente da Paesi dove effettivamente funziona e che però hanno sistemi politici molto diversi.  

Di certo questa scelta non riguarda solo Napoli, posto che il sindaco del capoluogo lo è anche dell’area metropolitana, dunque se sia o no bravo e capace interesserà anche Torre Annunziata, che d’altra parte deve lei stessa trovare un nuovo primo cittadino in primavera, sicché noi pure dobbiamo trovare un metodo di selezione dei candidati.