A cura di Massimo Corcione*

C’è un giorno che sancisce in maniera inappellabile la fine dell’estate e non è fissato dal calendario meteorologico: quando si spalancano i portoni delle scuole, si chiude il tempo della vacanza; succede nelle aule frequentate da scolari e studenti come in quelle popolate da chi condiziona poi le nostre vite con le proprie decisioni. Da lunedì si torna a fare sul serio. E senza alibi.

E’ stata una stagione di grandi annunci. Restando nei confini che limitano la nostra sfida impossibile per riavere un paese normale, si riapre tra cantieri che dovrebbero ripartire, il porto che va liberato da tonnellate di sabbia, e il lavoro che timidamente offre qualche segnale di ripresa.

Stavolta si giocano il gettone di speranza i professori, categoria che interpreta come nessuna il carattere di precarietà di questo tempo. La promessa di Renzi di assumere nella scuola sta per essere onorata, generando un movimento migratorio non disperato.

 Giornali e tivù sono tappezzati di storie che ripetono le stesse note e riportano indietro nel tempo; figli che ripercorrono il cammino che negli anni ‘70 portarono giovani prof verso il profondo nord. L’illusione di essere tornati a casa è durata meno di una generazione: le valigie non sono le stesse, i cognomi spesso sono sempre quelli. Ho sentito e letto la parola deportazione per definire questo fenomeno, e confesso di aver sentito un senso di fastidio fortissimo. Lo dico da emigrante volontario, oltre che fortunato. Credo di aver vissuto nella mia esperienza lontano da Torre momenti di arricchimento come mai mi sarebbe stato concesso se fossi rimasto qui. Senza che le mie radici siano uscite corrose da questa non deportazione. Un professore in trasferta non può rimanere insensibile alla sfida con un mondo (per lui) nuovo, con un pensiero diverso dal proprio. Sarà così per la stragrande maggioranza di questi esportatori della nostra cultura. Molti torneranno, sicuramente più forti.