A cura di Massimo Corcione*

Quanto sono lunghi trent’anni? Una vita. Non eravamo solo più giovani, quella sera del 23 settembre del 1985, quando la notizia dell’omicidio di Giancarlo Siani raggiunse tutti, a Torre Annunziata, con il passaparola. Non c’erano i telefonini e neppure internet con twitter e facebook. Io ero al Mattino, quella sera, e quell’informazione arrivata sul telefono del capocronista fu molto più di una mazzata. Il giornalista di turno in sala stampa annunciò la morte della speranza, di tutte le speranze: innanzitutto di quella coltivata da Giancarlo per anni. Sognava di fare il giornalista, non l’eroe. Perciò aveva accettato la sfida di andare a Torre per occuparsi di una realtà che non aveva neppure immaginato potesse esistere, lui ragazzo del Vomero.

Di camorra qui non si sentiva solo parlare, quasi fosse una entità indefinita, ma la si poteva toccare, come le mani di coloro dai quali eri costretto a doverti difendere per non soccombere.La distanza tra la città e la provincia, tra quella parte alta della città e quella provincia avvelenata da nemici non invisibili, era immensa; praticamente due mondi che avrebbero potuto anche non incrociarsi mai. Giancarlo aveva scommesso su sé stesso: ce l’avrebbe fatta a dimostrare di poter raccontare ciò che per lui era semplicemente l’Ignoto. Restò ignoto per pochissimo, anche se la prima volta una serie terribile di dubbi l’avvolse all’uscita del casello della Napoli-Salerno: destra o sinistra? Dov’è il centro? Dove i Carabinieri? Il Commissariato? Il Municipio? Non sarebbe passato mai inosservato: non tanto per quegli occhialini tondi che facevano tanto intellettuale, ma per la Mehari verde che per lui era la cosa più preziosa che possedesse. Un simbolo di indipendenza e di libertà, il veicolo che avrebbe dovuto trasportarlo verso il futuro.

Trent’anni dopo è diventata un monumento viaggiante alla legalità. Non combatteva una guerra personale, Giancarlo, semplicemente riferiva ciò che riusciva a sapere e che probabilmente, molti altri già sapevano: soprusi, prepotenze, ma anche complicità, inciuci di malavita. Descriveva il male, molto più spesso che le cose belle, interpretava la vita.

Può una gippetta rappresentare concetti tanto profondi?  Certo che può, soprattutto se all’interno di quel guscio di plastica si consumò una delle massime ingiustizie che il mondo degli adulti possa riservare: la morte di un giovane uomo, ucciso dalla malvagità di altri uomini, giovani quanto lui, ma armati di odio e pistole. 

Vedere quella macchina girare di nuovo per le strade di Torre rinnova rabbia e rimpianto, per non essere riusciti a prevedere e a fermare quell’oltraggio. 

Com’è cambiata Torre? Soprattutto, è cambiata? Forse siamo cambiati noi: finalmente siamo diventati più intolleranti verso chi ha impedito che i ragazzi di allora potessero vivere una vita come gli altri nati lontano da qui e con loro anche quelli delle generazioni future, fino a questi che ora si aggirano intorno alla scatoletta con le ruote che ha scortato i sogni di Giancarlo. Su quell’auto (idealmente) siamo saliti tutti. Destinazione un paese normale. Quel viaggio trent’anni fa s’interruppe una sera di settembre. Oggi può riprendere, deve riprendere.