A cura di Massimo Corcione*

Pensavamo di aver già dato, di averle attraversato tutte le ere della paura: il terrorismo politico degli anni ’70, il terremoto del 23 novembre 1980, le stragi di camorra, la guerra in diretta tv con i traccianti che parevano invadere le nostre case, ci eravamo sentiti tutti newyorchesi l’11 settembre, abbiamo imparato a riconoscere le stradine di Londra e Madrid sulle mappe che raccontava-mo il terrore dell’11 marzo 2004. Abbiamo provato a dimenticare, aiutati perfino dalla crisi economica che ci ha impoverito come mai era successo prima. Tutto inutile: siamo ancora poveri, ma di nuovo atterriti. Stavolta è stata più dura, l’attacco ha spiazzato le poche certezze; nel mirino sono finiti gli stadi, i ristoranti e i luoghi della musica. Hanno colpito quando la guardia era abbassata, quando la voglia di divertirsi chiede spazio nelle menti eternamente invase dal rischio, dal pericolo, dall’eterna domanda: possibile che nella stagione della globalizzazione, del siamo tutti cittadini del mondo, la religione possa essere ancora motore di una guerra? Ormai diventata totale, senza confini, senza frontiere che dividano gli uni dagli altri. Le strade di Saint Denis, dove mercoledì la gendarmerie francese ha compiuto la prima controffensiva mirata dopo gli attentati, somigliano tantissimo alle nostre vie, abitate da gente come noi, che frequenta gli stessi negozi, che vede gli stessi film. 

L’impressione, rafforzata dagli allarmi e dagli episodi registrati nell’ultima settimana, è che non basti dichiarare di essere tutti parigini. Alla solidarietà deve accompagnarsi la consapevolezza di essere tutti nella medesima condizione. Viviamo sul filo della paura, con il pericolo concreto che gli allarmismi peggiorino ancora la nostra convinzione di terrorizzati. Davanti a scene come quelle di Parigi, a stadi svuotati prima di una partita, è naturale che la tentazione di rinchiudersi è fortissima. Ma è anche la terapia che aggrava il male, non lo guarisce. È vero che le città deserte, i ristoranti, i palazzetti e gli stadi vuoti non costituiscono obiettivi per chi vuole morte e distruzione della civiltà, ma il vuoto è negazione della vita. Proprio in momenti come questo occorre tornare padroni delle strade, delle arene, delle metropolitane, convinti che uniti vinceremo. E’ inevitabile: diventeremo tutti più diffidenti, sicuramente più prudenti. Ma rinunciare a vivere sarebbe davvero un autogol. A Parigi come a Torre Annunziata. La normalità resta l’unico modo civile che ci rimane per dichiarare guerra alla follia.