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Il convegno sulla violenza al Mattiello: ora ne sappiamo di più

Il convegno sulla violenza al Mattiello: ora ne sappiamo di più
(3 minuti di lettura)

Parlare di violenza per quattro ore, qui dove spesso l’apatia si impossessa anche delle nostre teste, è un vero evento, uno di quei momenti straordinari che mettono in crisi luoghi comuni come quello, frequentatissimo, che il sabato sera ogni tema scottante vada accuratamente evitato. Non è stato così a Pompei al convegno promosso da Carmine Alfano (nella foto), professore universitario con vocazione all’impegno sociale, e questo è un risultato che deve riempire di legittimo orgoglio chi ha organizzato e chi ha partecipato all’iniziativa. Ma il merito va soprattutto a chi, sul palcoscenico del teatro Mattiello, ha scelto la rappresentazione più autentica, proponendo le parole del cuore, dopo che i nostri cuori avevano già cominciato a vibrare sulle corde virtuose della chitarra di Gennaro Venditto e del violoncello di Catello Tucci.

È stato un esempio di autentico rock duro il discorso di don Tonino Palmese, sacerdote capace finanche di superare la contrapposizione più scontata, quella tra vittima e carnefice: un pensiero, il suo, davvero laterale, nel solco tracciato dal grande rivoluzionario della Chiesa, Papa Francesco. Io credo che l’intervento di don Tonino, salesiano formatosi a Torre Annunziata con don Bruno Gambardella direttore dell’Oratorio, rimarrà impresso nella mente di ognuno presente in sala. E non solo per il linguaggio utilizzato, lontanissimo dal politicamente corretto, ma vicinissimo al concretamente efficace. Nella comunicazione il linguaggio è tutto: andare direttamente al centro del problema, senza giri tortuosi, è l’unica garanzia di chiarezza. Come ha fatto l’ex procuratore di Napoli Lepore, capace di semplificare i concetti meno accessibili, contestando perfino la denominazione dei reati (“che significa violenza assistita?” - s’è chiesto - “quando l’obiettivo è proteggere chi ha assistito alla violenza? Anche i participi vanno rispettati”). Come non fa, spesso, la politica che invece i giri li moltiplica, non preoccupandosi di quanto si allontani la soluzione.

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Un antidoto definitivo alla violenza - è bene precisarlo - non è stato trovato. Né era questo l’obiettivo, neppure nelle intenzioni di Virginia Ciaravolo che con la sua associazione “Mai più violenza infinita”, ancor prima del convegno, ha gestito una ricerca sul campo per conoscere meglio le reazioni popolari sul tema. Sarebbe stato un atto di presunzione, ma i racconti proposti da chi alla lotta contro la violenza dedica la propria vita più che il proprio lavoro, si sono trasformati tutti in strumenti per meglio capire una realtà ancora misteriosa nelle motivazioni più che nelle descrizioni dei singoli episodi. A questo è servito rivisitare la galleria degli orrori indirettamente proposta dal generale Garofano, l’ufficiale dei Carabinieri che impose l’analisi scientifica come irrinunciabile mezzo d’indagine. Non c’è stata consolazione quando abbiamo sentito qualche cifra che certifica la riduzione della violenza psicologica. 
La strada della sensibilizzazione verso un problema gigantesco è lunghissima, ma tutti ora ne sappiamo qualcosa di più. Non succede spesso.

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