A cura di Massimo Corcione*

Non vorremmo svegliarci, ma restiamo con gli occhi aperti, ben aperti. Quel boato insopportabile che ha divelto la saracinesca del baretto ha sconvolto anche le nostre teste. Che cosa è stato? Un avvertimento, la fine della ricreazione? Ma c’è mai stata la ricreazione? O siamo precipitati un’altra volta nel gorgo delle faide, degli ammazzamenti, del tutti contro tutti? I carabinieri rassicurano: situazione monitorata, tutti sotto controllo. 

Vorremmo possedere la fede per credere senza ragione, ma la ragione lancia degli allarmi. Pericolosi, soprattutto ora che si è provato a modificare il profilo della città. Il tentativo di spostare il baricentro un po’ più a sud ha un valore metaforico che non può essere tradito da chi si occupa solo di spartirsi un patrimonio criminale fatto anche di vite umane. A questi tipi senza cuore, che cosa può interessare valorizzare tesori nascosti o dimenticati, come quelli di Oplonti, è coinciso con un’esplosione di violenza; l’odore acre della polvere è tornato a inondare le narici, impe-dendo anche solo di avvertire altri profumi, ben più gradevoli. Il rischio, fortissimo, è il ritorno alla barbarie, la stessa contro la quale Libera ha lanciato una crociata benemerita. Una ragione in più per sostenerla. 

Eppure la festa ci ha toccato, al di là delle polemiche sulla promozione della mostra, sulla scarsa divulgazione che la notizia ha avuto proprio presso i turisti. Eppure l’esposizione era tecnologicamente attrezzata per garantire una completa illustrazione dei capolavori che vi erano ospitati. Possiamo fare di meglio, di molto meglio, ma vedere le stanze  della vecchia sede comunale popolati da occhi avidi di vedere ciò che era stato solo descritto è stato uno spettacolo nello spettacolo. Prendiamolo come un inizio, un anno zero dal quale partire; sarebbe ingiusto anche dire ripartire perché siamo fermi da troppo tempo.

Cambiare l’essenza di Torre, trasformarla in località di turismo (marino o archeologico fa poca differenza) è un processo che va plasmato lentamente, con una partecipazione popolare che sia convinta e totalizzante. Ciascuno dovrà fare la propria parte e tutto aiuta: dai cantieri per risistemare le infrastrutture ai luoghi che possono ospitare eventi come la mostra aperta l’11 marzo. La pace urbana naturalmente precede la felicità, tanto per riprendere la suggestiva teoria del professor De Kerckhove. Senza che sia assicurata la piena e pacifica convivenza, ogni aspirazione di normalità tornerà velleitaria. Non svegliamoci, ma non dormiamo.