A cura di Massimo Corcione*

Una favola non può finire così, senza happy end, con le lacrime che rigano il volto, improvvisamente tornato da bambina.

Irma Testa sconfitta era un’ipotesi irrealizzabile, avevano imparato il suo nome anche coloro che mai avrebbero creduto di potersi fermare la sera di Ferragosto per assistere a una match di boxe, femminile per giunta. E invece è accaduto, abbiamo sofferto con Irma, per Irma.

Ecco perché ora è come se i pugni della francese Mossely avessero colpito noi, ci avessero rintronati, rendendoci incapaci di razionalizzare una sconfitta che nessuno aveva messo in preventivo. Eppure l’altra è campionessa del mondo, eppure l’altra ha decine di combattimenti in più nel record, e questi particolari conteranno qualcosa. Avremmo voluto annullarli, azzerarli, in nome della fede, non della ragione. Non sempre riesce, non è riuscito stavolta.  

Fermiamoci, tutti, per dire grazie a Irma, grazie di averci fatto sognare, grazie per aver ritrovato il piacere di ritrovarci. Insieme davanti alla tivù, come accade solo per il pallone: condotti per mano dalle parole di Patrizio Oliva. Pareva che lassù ci fosse sua figlia, i consigli partivano dal cuore, ma passavano per la testa: entra, fuggi, colpisci.

Avrebbe voluto muoverla come un burattino. Irma, invece, era sola davanti a un’avversaria con pugno rapido ed esperienza datata, la peggiore sintesi possibile. I nostri cuori palpitavano per questa ragazzina di diciotto anni che per mesi ci ha dato lezioni di stile, dimostrazioni di classe, insospettabili nelle sue coetanee.

Le lacrime l’hanno restituita alla realtà, ci hanno riportato sulla Terra. Irma resta magnifica, stupendo esempio prodotto da una città che ha visto finalmente associato il proprio nome a una storia comunque straordinaria. E soprattutto ripetibile e rivedibile, tra quattro anni. Con un finale tutto da scrivere e degno della bellissima favola che ha costruito per se stessa e regalato a tutti noi.

Ancora grazie, Irma.

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