A cura di Massimo Corcione*

Ciao, Roberto. Nel momento per te più ingiusto – la morte per definizione è sempre ingiusta e stavolta lo è ancor di più, se mai fosse possibile – mi accodo alla fila interminabile di quanti ora ti rimpiangono, improvvisamente consapevoli di aver perso un riferimento, un punto di ancoraggio certo dal quale tutti insieme si sarebbe potuti partire per le conquiste più belle. Resteremo invece qui, follemente fortunati di essere noi sopravvissuti a una fine assurda che invece ti ha strappato a una splendida normalità: moglie, figli, sorella, nipoti; una riserva di amore che avrebbe dovuto proteggere per sempre. Invece lo scudo non ha funzionato e nessuno mai potrà spiegare perché.

Ecco, ora che non serve più a nulla, ora che la tua storia personale è incredibilmente finita, sento il bisogno di scriverti: ho qualcosa da dirti, anzi molto.

Tutto quanto non ho mai avuto (non abbiamo mai avuto) il tempo di dirci lungo un cammino durato una vita, la tua. Stesse scuole, stessi professori, stesse scelte, moltissime passioni in comune: sempre rigorosamente lontani, ma attratti da un centro fisico di gravità permanente che è rimasto  lo stesso. Ho (abbiamo) clamorosamente fallito l’occasione per scambiarci idee, opinioni, sogni, progetti. Quelli condivisibili, pubblici, senza mai violare la tua sfera privata, il tuo mondo personale e familiare, l’altra parte sapientemente gestita, quella alla quale mancherai senza mai poter essere rimpiazzato. Sarebbe una violenza anche solo tentare un’intrusione oggi, nel giorno più brutto. Qui scrivo al Roberto di tutti, a quello che non si è mai sottratto all’impegno per costruire qualcosa che sfidasse il tempo, quasi fino ad aggredirlo, per vincere la  battaglia nella quale credeva. Il tuo entusiasmo, il tuo ottimismo erano contagiosi.

Da tifosi abbiamo vissuto un incantesimo che razionalmente non avremmo potuto prevedere: il Savoia in B era come la Samp che vince lo scudetto, un assurdo logico. L’avevamo visto realizzarsi, ma non avremmo mai voluto fermarci. Tu hai fatto di più, molto di più: hai sfidato la maledizione che sembra accompagnare questa città, hai provato da protagonista a rendere comprensibili le ragioni di un male che resiste ad ogni attacco. Sapevi che era la ragione intima che ti aveva trattenuto qui, quando valore e ragione ti avrebbero spinto lontano. Avevi scelto Torre, una dimostrazione di coraggio, la più difficile. Avrei scommesso sulla tua gioia di vivere, la tua forza ti ha consentito di vincere partite ancor più importanti. Ma non l’ultima, contro un avversario maledetto e imbattibile. Abbiamo perso tutti, abbiamo perso te.

*Già direttore di Sky Sport