A cura di Biagio Soffitto

È questo nostro 25 aprile di Liberazione, giorno di rabbia e indignazione per il disumano atto di violenza  che ha distrutto una vita, l'ennesima, e segnato per qualcuno il tempo che verrà con un fardello di dolore senza pari.

Un 25 aprile di Liberazione che proprio alla luce della morte di Maurizio Cerrato, deve interrogare le nostre coscienze con la speranza, flebile in verità, di scuoterle  nel profondo dal loro torpore pavido e acquiescente.

Il montante sentimento di indignazione generale a breve svanirà, così come rapido sarà l’effetto dissolvente della sequela di sit-in, dichiarazioni pubbliche, cerimonie, proposte  estemporanee di lotta alle sedie, quasi fossero l'unico segnacolo di illegalità. Si è stanchi di tutto questo, stanchi di una città che trova sempre  giustificazioni al male, che si indigna a comando, sull’onda di un’emozione, per poi torcere lo sguardo da un’altra parte e tornare in un amen alle solite pessime abitudini, rispetto alle quali che si sia protagonisti o complici, il giudizio morale non cambia. 

È giunto il momento di interrogarsi, politica, forze produttive, associazionismo, mondo della scuola e della cultura, su come vivere la dimensione della cittadinanza, favorire il respiro della legalità, agire gli spazi della democrazia, spezzare la tirannia del mondo del malaffare, che sia quello dei colletti bianchi o della delinquenza patentata. C’è necessità di ri-pensare questa città, la sola dell'intero comprensorio rimasta in questi ultimi decenni uguale a se stessa, quando non regredita nel tessuto sociale, nel senso civico, nella dignità, nel decoro e funzionalità di strade e interi quartieri. Occorre ridefinirla nella carne e nell'anima questa benedetta Torre Annunziata.

Si parta dunque pure dalle sedie se fa piacere, se lo si ritiene utile, ma alle sedie segua un impegno  da parte di tutti, a ciò che è abuso, sopraffazione, inciviltà. Inutile farne l'elenco, ne conosciamo ogni male, piaga o cancro che sia, ci viviamo dentro, ne siamo sommersi.

Giorno di liberazione oggi per gran parte della Nazione, ma non per noi torresi, perché liberazione prima e  libertà poi, quelle vere, sono ancora di là da venire, da conquistare. Devono ancora arrivare i giorni della nostra Resistenza, il nostro 25 aprile, a partire dalla capacità di indignarsi come è successo a Maurizio, perché quando qualcosa ci indigna, allora diventiamo impegnati, militanti di libertà, attori di una insurrezione pacifica e rivoluzionaria al tempo stesso.

In questo senso mi permetto di accostare Maurizio ai coniugi Rocco e Maria Caraviello, partigiani torresi fucilati dai nazifascisti a Firenze il 21 giugno del ‘44. Tutti e tre morti perché non indifferenti, indignati, perché non usi a voltarsi da un’altra parte, in quanto semplicemmente innamorati del proprio paese, di una figlia, della vita. Donati alla gloria della memoria che non si sfalda, Rocco, Maria e Maurizio, costruttori di libertà, quella vera, a partire dalla nostra.