Il comitato civico “Commissari siamo noi”, sorto all’indomani dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche, ha avanzato una proposta destinata inevitabilmente a far discutere.
Nel suo comunicato chiede allo Stato di valutare il proseguimento della fase straordinaria di gestione del Comune di Torre Annunziata, anziché procedere rapidamente al ritorno alle urne. E rivolge un appello alle forze politiche affinché non presentino liste alla prossima tornata elettorale, così da consentire la prosecuzione del commissariamento prefettizio fino a quando non saranno create le condizioni per restituire Torre Annunziata a una piena normalità democratica.
Il Comitato riconosce il diritto dei cittadini a tornare a scegliere sindaco e Consiglio comunale, ma ritiene che ciò debba avvenire soltanto quando saranno maturate condizioni sociali adeguate.
Una posizione forte, probabilmente anche provocatoria, che ha però il merito di porre una questione sulla quale Torre Annunziata dovrebbe interrogarsi seriamente: dopo due amministrazioni concluse traumaticamente, è sufficiente tornare alle urne per evitare che tutto ricominci come prima?
La mia risposta è no. Ma non credo neppure che la soluzione possa essere quella di chiedere alla politica di non presentarsi.
Chi decide quando una città è pronta a tornare alla politica?
Il primo interrogativo nasce proprio dalla condizione posta dal Comitato. Quando potranno dirsi create le condizioni sociali necessarie per restituire Torre Annunziata alla piena normalità democratica? E soprattutto: chi dovrà stabilire che quel momento è arrivato?
Quale parametro dovremmo utilizzare? Un anno in più di commissariamento? Due? Tre? Un determinato numero di provvedimenti adottati? La riorganizzazione degli uffici? Un miglioramento della situazione sociale?
Non esiste un termometro attraverso il quale misurare il grado di maturità democratica di una comunità. Ed è proprio questo uno dei limiti della proposta. Si rischierebbe di trasformare una condizione straordinaria in una sorta di sala d’attesa della democrazia, senza sapere con certezza quando quella porta potrà essere riaperta.
Il commissariamento è necessario, ma deve restare straordinario
Sia chiaro: nessuno può sottovalutare l’importanza del lavoro che la Commissione straordinaria è chiamata a svolgere.
Dopo uno scioglimento per infiltrazioni camorristiche è necessario intervenire sulla macchina comunale, verificare procedure e atti, ripristinare condizioni di legalità, spezzare eventuali meccanismi distorti e creare le condizioni affinché la futura amministrazione possa ripartire su basi più solide.
Per fare tutto questo occorre tempo. Ma il commissariamento, proprio perché straordinario, non può diventare un modello alternativo di governo della città.
I commissari hanno un vantaggio indiscutibile: non devono cercare consenso e non devono preoccuparsi delle successive elezioni. Possono quindi adottare decisioni anche impopolari quando le ritengono necessarie. Ma questa forza rappresenta contemporaneamente il limite democratico della gestione straordinaria.
Amministrare una città non significa soltanto far funzionare gli uffici, approvare bilanci o garantire il rispetto delle procedure. Significa anche scegliere quale città costruire, stabilire priorità, decidere dove investire le risorse e rispondere politicamente di quelle decisioni davanti ai cittadini.
Prima o poi questa responsabilità deve necessariamente tornare nelle mani di chi viene scelto dagli elettori.
Non chiederei alla politica di non presentarsi. Le chiederei di presentarsi diversa
È proprio qui che, a mio avviso, la provocazione del Comitato può diventare utile. Più che chiedere alle forze politiche di non presentare le liste, bisognerebbe pretendere che presentino liste diverse e migliori rispetto al passato. Perché il problema di Torre Annunziata non può essere risolto cancellando la politica. Bisogna migliorarne la qualità. E soprattutto bisogna evitare un’altra pericolosa semplificazione: pensare che basti sostituire il “vecchio” con il “nuovo” perché tutto cambi.
La politica non ha bisogno di rottamare il passato né di celebrare il nuovo a prescindere. Ha bisogno di conservare ciò che ha funzionato, cambiare ciò che non funziona e avere il coraggio di innovare quando serve.
Il nuovo non è un valore in sé, così come l’esperienza non è una colpa. La vera linea di confine non passa tra vecchi e nuovi. Passa tra credibili e non credibili, competenti e improvvisati, liberi e condizionabili.
L’ultima amministrazione era composta in gran parte da volti nuovi
A dimostrarlo è proprio l’esperienza dell’amministrazione Cuccurullo.
Su 25 eletti, compreso il sindaco, 20 erano alla loro prima esperienza da consiglieri comunali. In Giunta, su sette assessori nominati, soltanto due – Alfonso Ascione e Giuseppe Crescitelli – avevano già ricoperto quell’incarico.
Ma qui non interessa formulare giudizi sulle singole responsabilità. Il dato è esclusivamente politico e serve a smontare un luogo comune: non è vero che il nuovo sia automaticamente sinonimo di efficienza, indipendenza e onestà, così come non è vero che tutto ciò che proviene dal passato debba essere buttato via.
L’esperienza sana, in politica come in qualsiasi altro campo, è un patrimonio del quale sarebbe assurdo privarsi. Diventa un problema quando l’esperienza si trasforma in rendita di posizione, occupazione del potere o sistema clientelare.
I partiti devono avere il coraggio di dire no ai portatori di voti
Il punto centrale, secondo me, è un altro. Quando partiti e liste civiche compongono le candidature dovrebbero valutare attentamente le persone, senza utilizzare come principale criterio di selezione la loro capacità di raccogliere preferenze. Un candidato non è necessariamente un buon candidato perché “porta voti”.
Bisogna valutarne la storia personale e politica, le competenze, l’autonomia, l’affidabilità, le frequentazioni, il rapporto con il territorio e soprattutto la capacità di distinguere l’interesse pubblico da quello personale. E qualche volta bisogna avere il coraggio di dire no. Anche a chi garantisce centinaia di preferenze.
Perché è meglio perdere un’elezione con candidati credibili che vincerla a qualsiasi costo e ritrovarsi qualche anno dopo nello stesso punto da cui siamo partiti.
Questa è la responsabilità che i partiti dovrebbero assumersi in vista delle prossime amministrative. Non quella di non presentare le liste, ma quella di presentare liste delle quali poter rispondere politicamente davanti alla città.
Troppe liste civiche costruite soltanto per raccogliere voti
Una riflessione va fatta anche sul proliferare delle liste civiche. Non sono contrario alle liste civiche in quanto tali. Possono rappresentare uno straordinario strumento di partecipazione e permettere a professionisti, giovani, associazioni e persone provenienti dalla società civile di avvicinarsi alle istituzioni senza necessariamente aderire a un partito.
Ma sappiamo bene che non sempre funzionano così. Spesse volte diventano contenitori elettorali messi in campo da politici di lungo corso con l’obiettivo di moltiplicare le candidature, raccogliere consenso, eleggere qualche consigliere e poi presentarsi al sindaco eletto con una forza contrattuale da utilizzare nella composizione degli equilibri della maggioranza.
In questo modo la lista civica smette di essere espressione della società civile e diventa semplicemente uno strumento elettorale al servizio della politica più tradizionale.
Anche su questo sarebbe necessario aprire una riflessione seria.
Tomao: «Poi spetta ai cittadini non ripetere gli stessi errori»
Durante la conferenza stampa indetta un mese fa dalla Commissione straordinaria, il prefetto in quiescenza Gianfranco Tomao tenne a sottolineare un concetto che considero centrale. La gestione straordinaria può intervenire sul Comune, ristabilire condizioni di legalità, correggere ciò che non funziona e risanare quanto è possibile risanare. Ma poi spetta alla cittadinanza non ripetere gli stessi errori.
Non tutti furono d’accordo con questa affermazione. Io invece ritengo che sia proprio qui il cuore dell’intera questione. Possiamo chiedere ai commissari più tempo. Possiamo pretendere che utilizzino fino all’ultimo giorno a disposizione per lasciare un Comune migliore di quello che hanno trovato. Ma nessuna Commissione straordinaria potrà cambiare con un decreto la cultura politica di una comunità. I commissari possono cambiare procedure, regolamenti e organizzazione degli uffici. Non possono cambiare il modo in cui noi cittadini scegliamo chi dovrà governarci.
La vera battaglia è contro il voto di riconoscenza
Ed è proprio qui che entra in gioco la responsabilità degli elettori. Fin quando una parte dei cittadini si sentirà “costretta” a votare chi nel corso della propria vita ha fatto loro qualche favore – una pratica accelerata, una promessa, un interessamento, una raccomandazione o semplicemente la disponibilità ad avere “un amico al Comune” – sarà difficile uscire definitivamente da questo circolo vizioso. Il voto di riconoscenza è probabilmente una delle catene più difficili da spezzare. Perché spesso non viene neppure percepito come clientelismo. Viene considerato normale. “Mi ha aiutato, quindi lo voto”.
È proprio questa mentalità che deve cambiare. Quando un cittadino entra nella cabina elettorale dovrebbe smettere di chiedersi “che cosa ha fatto questo candidato per me?” e cominciare a domandarsi “che cosa potrà fare per Torre Annunziata?”. La differenza sembra minima. In realtà separa due modi completamente diversi di intendere la politica.
Se dopo i commissari tornasse tutto come prima, avremmo fallito tutti
Ed è questo, probabilmente, il merito principale della provocazione lanciata da “Commissari siamo noi”: costringerci a discutere non soltanto di quando si tornerà alle urne, ma soprattutto di come ci torneremo.
Perché se al termine della gestione straordinaria dovessero ripresentarsi gli stessi meccanismi, le stesse logiche, la ricerca spasmodica dei portatori di voti, le liste costruite esclusivamente per moltiplicare le preferenze e il voto utilizzato come restituzione di un favore personale, allora il problema non sarebbe stato la durata troppo breve del commissariamento. Avremmo semplicemente sprecato il tempo che ci è stato concesso.
Per questo comprendo le preoccupazioni del Comitato, ma arrivo a una conclusione differente. Non chiederei alla politica di non presentarsi. Le chiederei di presentarsi diversa.
E non chiederei ai cittadini di attendere che qualcuno stabilisca quando Torre Annunziata sarà finalmente pronta per tornare alla normalità democratica. Chiederei loro di utilizzare questo tempo per prepararsi a esercitare meglio quella democrazia. Perché una città non diventa migliore semplicemente restando più a lungo sotto commissariamento.
Diventa migliore quando i partiti imparano a scegliere i candidati e i cittadini imparano a scegliere gli amministratori. I commissari possono creare le condizioni per ripartire. Ma poi toccherà nuovamente a noi.
La città cambia se il cambiamento parte, prima di tutto, dai cittadini che la abitano.


