La banda muta, il cortometraggio di Alessia Bottone, comincia a viaggiare nel circuito dei festival e presto approderà sulle piattaforme in streaming.
Liberamente ispirato ad alcune pagine de “I ragazzi di Regalpetra”, di Gaetano Savatteri (Rizzoli, 2009, poi Melampo, 2016), l’ultima fatica cinematografica della Bottone è un condensato di emozioni e di riflessioni. Intorno al funerale, ruota il senso di solitudine del protagonista, Manfredi, l’unico addolorato per la morte dell’amico, ancor più dei parenti stretti, che tenta disperatamente di creare un’atmosfera di raccoglimento, disturbato com’è dal contorno, fatto di persone che presenziano alla funzione senza partecipare al dolore.
La rievocazione della banda muta, una tradizione siciliana degli anni ’30 e ’40 (suggestivi i filmati d’epoca), è l’espediente utilizzato per invocare finalmente il silenzio.
In alcuni paesi siciliani, i parenti del defunto ingaggiavano la banda al solo scopo di non subire l’onta delle critiche e del pettegolezzo, dimostrando agli altri, alla gente, che non erano indifferenti alla dipartita. Gli orchestrali, però, non dovevano utilizzare gli strumenti, poiché la morte impone il silenzio ed il raccoglimento. Surreale, assurdo ma vero, come il legame tutto meridionale tra la morte e la rappresentazione scenica che ne deriva.
In altre parti del mezzogiorno d’Italia, ad esempio, l’etichetta imponeva il copione opposto. Era radicata, infatti, la tradizione delle lamentatrici, donne pagate per piangere e disperarsi ai funerali e per dimostrare, col fragore del pianto e del lamento, quanto grande fosse la sofferenza e di quanto prestigio godesse il defunto. Un culto importato dall’antica Grecia e sopravvissuto nel mondo latino con la praefica, la donna incaricata di guidare le piangenti nei riti funebri.
Il presenzialismo funebre è il tema dominante, tanto che il corto è aperto dalla celebre foto del selfie con Maria De Filippi all’interno della camera ardente allestita per Maurizio Costanzo. Anni prima Licio Gelli, nel suo “Come arrivare al successo” (edizioni Aps), raccomandava agli arrampicatori sociali di intervenire ai funerali dei vip, dove si potevano incontrare le persone che contano e soprattutto non era necessario l’invito, non era richiesto un particolare abbigliamento e non bisognava neanche essere abili conversatori, essendo sufficiente una faccia da circostanza.
Torna alla mente anche una celebre battuta di uno sketch di Gino Rivieccio, cabarettista napoletano, sulla stratificazione del corteo funebre. In prima fila i congiunti in lacrime e man mano, nelle file posteriori, più si arretra e meno ci si dispera, tanto che all’ultima fila si trovano degli operai che si domandano a quale sciopero stiano partecipando.
La banda muta è prodotta da Pistacchio film e realizzato con un bando di Nuovo Imaie. Il ruolo del protagonista è interpretato dall’attore siciliano, Piero Nicosia. Alessia Bottone, 41 anni, veronese, è una regista emergente che in sei anni ha già realizzato quattro cortometraggi e lavorato con nomi quali Pietro Marcello e Luca Guadagnino. Giornalista pubblicista, è laureata in Scienze Politiche. Ha pubblicato “Amore ai tempi dello stage. Manuale di sopravvivenza per coppie di precari” e “Papà mi presti i soldi che devo lavorare? Avventure e disavventure di una precaria a tempo indeterminato”. (Nino di Somma)


