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Da Torre Annunziata a Torino, Anna Vitiello presenta il suo libro sulla gentilezza

Da Torre Annunziata a Torino, Anna Vitiello presenta il suo libro sulla gentilezza

All’Arsenale della Pace la presentazione di “Ambasciator porta seme”: storie, testimonianze e progetti per costruire una società più attenta agli altri.

(5 minuti di lettura)
A cura di Anna Casale

TORINO, 9 ottobre 2026 – Ci sono parole che attraversano una sala e si disperdono. Altre, invece, trovano un posto in cui fermarsi, mettono radici e continuano a vivere anche quando gli applausi sono finiti. La gentilezza è una di queste.

È stato questo il filo conduttore dell’incontro ospitato venerdì 9 ottobre al Sermig, nell’Arsenale della Pace di Torino, in occasione della presentazione di Ambasciator porta seme, il libro di Anna Vitiello, originaria di Torre Annunziata, che racconta la gentilezza non come una semplice forma di buona educazione, ma come una scelta consapevole, un impegno quotidiano e una possibilità concreta di trasformazione sociale.

Un luogo dal forte valore simbolico per una riflessione che ha riunito esperienze educative, istituzionali e umane, nell’orizzonte del progetto nazionale Costruiamo Gentilezza.

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La presentazione all’Arsenale della Pace

A moderare l’incontro è stata Francesca Triciclo, insegnante, formatrice e psicologa, che ha accompagnato il confronto tra l’autrice e gli ospiti: Tony Ledda, consigliere comunale di Torino; Giulia Negri, assessora all’Istruzione, alle Pari opportunità e alla Gentilezza del Comune di Novara; Luca Nardi, insegnante e coordinatore nazionale di Costruiamo Gentilezza; Germana Delle Canne, insegnante, ambasciatrice del progetto e interprete del Grinch gentile; e Camillo Esempio, consigliere comunale di Novara.

A impreziosire la serata, l’intermezzo musicale della cantautrice Giada Pois.

Anna Vitiello e la gentilezza come strumento di riscatto sociale

Ma il cuore dell’incontro è stato soprattutto nelle storie.

Anna Vitiello ha raccontato l’origine di un percorso nato dall’esigenza di portare la gentilezza dove spesso sembra più difficile immaginarla: nelle periferie segnate dal disagio, nei quartieri in cui i bambini crescono confrontandosi troppo presto con l’esclusione e con la sensazione di non essere abbastanza importanti.

La sua esperienza ha preso forma attraverso l’arte, la partecipazione e la realizzazione di murales condivisi. Non interventi occasionali, ma percorsi costruiti nel tempo, attraverso la presenza, l’ascolto e la fiducia. Perché un muro può cambiare colore in pochi giorni, ma per restituire a una persona il senso della propria dignità occorre molto di più.

Tra i racconti, quello di un bambino che frequentava una mensa per persone in difficoltà e che, pur di tornare a dipingere un muro insieme agli altri, rinunciava a fermarsi per il cibo che gli veniva offerto. Dietro quel gesto c’era qualcosa di più profondo: il desiderio di sentirsi parte di un progetto, di essere riconosciuto, di scoprire che anche le proprie mani potevano contribuire a creare bellezza.

È forse qui che il messaggio del libro trova la sua espressione più autentica: la gentilezza non cancella da sola le ingiustizie, ma può restituire fiducia a chi rischia di perderla.

Non è debolezza. È coraggio. È la capacità di guardare l’altro senza voltarsi dall’altra parte, di riconoscere la fragilità senza considerarla una colpa, di scegliere la cura in un tempo che troppo spesso premia l’indifferenza.

Il ruolo delle istituzioni e l'esperienza di Novara

Una riflessione condivisa anche dagli interventi istituzionali, nei quali è emerso il valore della gentilezza come responsabilità collettiva. Non basta progettare città più moderne, organizzare servizi o realizzare infrastrutture: occorre educare alla convivenza, al rispetto reciproco e all’attenzione verso chi ci cammina accanto.

Particolarmente toccante l’intervento dell’assessora Giulia Negri, che ha raccontato l’esperienza di Novara, dove il percorso della gentilezza ha coinvolto scuole, bambini e comunità. Nelle sue parole, la commozione non è apparsa come qualcosa da nascondere, ma come una testimonianza di autenticità e di forza.

Ha ricordato i bambini che, a distanza di anni, continuano a cantare l’inno della gentilezza e ad accogliere gli adulti con sorrisi e abbracci. E poi un muro costruito simbolicamente con tanti piccoli mattoni, ognuno accompagnato da una frase gentile scritta dagli alunni.

Tra parole come rispetto, sorriso e abbraccio, una frase l’ha colpita in modo particolare: «Dividere un piatto di carbonara».

In quella semplicità c’è forse un’intera lezione di educazione civica. Per un bambino, la gentilezza può significare condividere ciò che ama. Non servono grandi dichiarazioni: basta fare spazio a qualcun altro.

Il Grinch gentile e i messaggi ai bambini ricoverati

La stessa concretezza è emersa dall’esperienza di Germana Delle Canne, che attraverso la figura del Grinch gentile porta ai bambini ricoverati messaggi e disegni realizzati dagli alunni. Piccoli segni di vicinanza capaci di raggiungere chi attraversa momenti difficili, ricordandogli che, anche fuori dalle pareti di un ospedale, qualcuno lo pensa.

L’incontro ha così restituito una convinzione comune: la scuola può essere uno dei luoghi privilegiati in cui coltivare questo cambiamento. Non soltanto perché insegna il significato delle parole, ma perché può trasformarle in esperienze, relazioni e comportamenti.

La musica di Giada Pois ha offerto un momento di ulteriore partecipazione emotiva, accompagnando una serata nella quale la cura è stata raccontata attraverso linguaggi diversi: la scrittura, la pittura, l’educazione, la musica e l’impegno civile.

Una parola da portare con sé: il messaggio della serata

Poi, verso la conclusione, le parole sono diventate anche un gioco.

Una pallina immaginaria ha iniziato a passare tra i presenti. A chi la riceveva veniva chiesto di pronunciare una parola da portare con sé, una parola rimasta dentro dopo l’ascolto delle testimonianze. Un gesto semplice, quasi infantile nella sua spontaneità, eppure profondamente coerente con il senso dell’incontro.

Perché un seme non ha bisogno di essere grande per generare qualcosa. Ha bisogno di trovare una mano disposta ad accoglierlo e qualcuno che abbia cura di farlo crescere.

Ed è forse questo il messaggio più prezioso lasciato da Ambasciator porta seme: non occorre aspettare che il mondo diventi più gentile. Possiamo cominciare noi, con un gesto, una parola, un’attenzione.

All’Arsenale della Pace, per una sera, quella pallina immaginaria ha attraversato una sala. Fuori, nel mondo reale, il suo viaggio può continuare.

Perché la gentilezza, quando è autentica, non finisce con un applauso. Comincia da ciò che scegliamo di fare dopo.

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