In Piazza San Gennaro, a Trecase, cultura e comicità si sono incontrate in una serata all'insegna del sorriso. Protagonista è stato Gino Rivieccio, comico e scrittore napoletano, che ha presentato il suo ultimo libro, "Che io sappia, non so" dialogando con Vincenzo Tortora. Un viaggio ironico e divertente tra memoria, costume, paradossi e quel modo tutto napoletano di ridere anche delle cose più serie.
Il valore del dubbio
Già il titolo è una promessa. "Che cosa ne sai?" E Rivieccio, con la sua consueta ironia, sembra rispondere: "Che io sappia... non so!". Una battuta, certo, ma anche una piccola e brillante riflessione sui nostri tempi, nei quali tutti sembrano sapere tutto e avere sempre una risposta pronta.
Politica, medicina, calcio, economia, cucina, educazione dei figli, relazioni e perfino meteorologia: siamo diventati tutti esperti di tutto. Rivieccio, invece, ci invita con eleganza e leggerezza a riscoprire il valore del dubbio e, soprattutto, il coraggio di ammettere qualche volta di non sapere. La serata di Trecase è stata cosi un piacevole viaggio nella memoria e nel costume, attraverso racconti, personaggi, episodi e situazioni nelle quali il pubblico ha finito inevitabilmente per riconoscersi. Perché la comicità di Rivieccio non si limita a far ridere: osserva la realtà, la ingrandisce e ce la restituisce sotto forma di sorriso.
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Napoli raccontata attraverso l’ironia
Ed è proprio lì che scatta la magia. Si ride degli altri e, subito dopo, ci si accorge che quella battuta parla anche di noi. Di una nostra abitudine, di una mania, di una frase che abbiamo sentito mille volte in famiglia. E allora dalla piazza si alzano quelle risate che hanno un sapore particolare, perché dentro c'è anche il piacere di riconoscersi. Rivieccio racconta Napoli senza rinchiuderla nel semplice folklore. La racconta attraverso la sua ironia, le sue contraddizioni, la sua tenerezza, la sua capacità di affrontare anche le difficoltà con una battuta sempre pronta. Dietro una risata può nascondersi una riflessione; dietro un ricordo, un pizzico di nostalgia;
dietro una battuta, una verità che forse non avevamo ancora avuto il coraggio di dire.
Una festa della parola
A Trecase, dunque, non è stata soltanto una presentazione di un libro, ma una vera festa della parola, nella quale il pubblico è diventato parte integrante del racconto.
Una serata in cui si è riso, si è ricordato e, forse, si è anche pensato un po'. Perché davanti alle tante certezze del nostro tempo, una cosa almeno possiamo dirla con sicurezza: quella sera a Trecase si è riso. E parecchio. Forse è proprio questo il bello di "Che io sappia, non so": aprirlo significa entrare in un mondo nel quale una semplice battuta può diventare una riflessione, un ricordo può trasformarsi in un sorriso e una risata può lasciarci qualcosa su cui pensare. Insomma, se volete sapere che cosa ne sa Gino Rivieccio della vita, della nostra vita e delle nostre piccole follie quotidiane, non resta che una cosa da fare: leggere il libro.


