La nomina di una Commissione d’accesso al Comune di Torre Annunziata non dovrebbe più stupire nessuno. E proprio questo è il dato più inquietante. Non è solo l’atto in sé a preoccupare, ma la sua prevedibilità, la sensazione diffusa che si tratti dell’ennesimo capitolo di una storia che questa città continua a riscrivere senza mai correggerne la trama.

Formalmente, è bene ribadirlo, la Commissione d’accesso non è una condanna. Ma politicamente e istituzionalmente è tutt’altro che un passaggio neutro. È un segnale di sfiducia dello Stato verso la capacità di un’amministrazione di governare se stessa nel rispetto delle regole. Ed è difficile sostenere che, a Torre Annunziata, questo segnale sia del tutto immotivato.

I precedenti nazionali parlano chiaro: nella maggior parte dei casi, l’accesso ispettivo è stato il preludio allo scioglimento dei Consigli comunali. Non perché tutti i Comuni fossero colpevoli in senso penale, ma perché la legge consente - e impone - valutazioni più ampie, fondate su indizi, contesti, relazioni, vulnerabilità. In altre parole, non serve la “pistola fumante”: basta un quadro complessivo che mostri permeabilità, ambiguità, incapacità di tracciare un confine netto tra amministrazione e interessi opachi.

Ed è qui che Torre Annunziata entra in una zona critica. Perché questa città non arriva all’ennesima Commissione d’accesso come una pagina bianca, ma con un passato pesante: scioglimenti, commissariamenti, inchieste. Nei palazzi dello Stato, la recidiva conta. Eccome se conta. Ogni nuovo episodio viene letto alla luce di ciò che è già accaduto, abbassando inevitabilmente la soglia di tolleranza.

C’è poi un equivoco che andrebbe definitivamente chiarito: i Comuni non “cadono” solo quando la camorra entra con il cappello in mano negli uffici. Cadono anche - e sempre più spesso - per incapacità amministrativa, per confusione di ruoli, per gestione disinvolta del potere, per accesso disinvolto agli atti, per l’assenza di anticorpi istituzionali. In questi casi, lo scioglimento non è una punizione, ma una misura di autodifesa dello Stato.

La verità scomoda è che, troppo spesso, a Torre Annunziata la politica ha preferito minimizzare, derubricare, indignarsi a comando, piuttosto che interrogarsi seriamente sulle proprie responsabilità. Eppure è proprio questa rimozione collettiva che ha reso ciclico il ritorno delle stesse dinamiche.

Oggi la Commissione d’accesso pone una domanda semplice e brutale: Torre Annunziata è in grado di governarsi senza tutela esterna?

La risposta non arriverà solo dalle carte, ma dalla capacità di rompere davvero con pratiche e ambiguità che hanno logorato la credibilità delle istituzioni locali.

La storia insegna che quando la politica locale non convince, lo Stato non aspetta. Interviene. E a pagare, ancora una volta, non sono solo gli amministratori, ma un’intera comunità condannata a ripartire sempre dallo stesso punto.