A cura di Mario Cardone

“Non si capisce perché dietro al lavoro di messa a regime delle attività di Pompei, si voglia sempre intravedere una bassa logica di commercio e bieco interesse a far cassa, senza far emergere la buona intenzione di aver compiuto dei passi avanti nell’organizzazione di quanto prima avveniva in maniera meno coordinata e con tempi indefiniti”. E’ questa la conclusione di una nota stampa della Direzione del Parco archeologico di Pompei in aperta polemica con una nota testata nazionale, che aveva parlato di “party” riguardo agli eventi da autorizzare per il futuro e di “affitto di pezzi di storia” in riferimento agli “spazi” che concederà previo il rispetto delle regole previste.

Una buona porzione dell’Anfiteatro, i due teatri ed il quadriportico, l’Antiquarium (terrazzo compreso), Terme Stabiane e Suburbane, Viale delle Ginestre, giardino della Casa della Regina Carolina, giardino della Casa dalle Pareti Rosse, area verde di piazza Anfiteatro oltre alle Ville di Poppea (Oplontis), S.Marco e Arianna (Stabia) e l’Antiquarium (Boscoreale) sono gli “spazi” disponibili a titolo oneroso nell’ambito dei limiti imposti dal nuovo regolamento.

“Nulla di nuovo a livello normativo, in quanto tutto previsto dal Codice dei Beni culturali”, precisa il direttore generale Massimo Osanna. La Direzione del Parco Archeologico ha pubblicato sul sito web istituzionale - “in maniera chiara e trasparente” - il regolamento di concessione degli spazi delle aree archeologiche, precisando condizioni, tariffe e indicazione dei siti previsti, “tenuto conto in primis delle imprescindibili esigenze di tutela e di rispetto del monumento”.

Oggettivamente la materia amministrativa del comparto ha ricevuto una sistemazione con l’aggiunta dell’istituzione di una commissione di controllo tecnico e di garanzia, formata da archeologi, architetti e legali con il dichiarato intento “di alzare il livello di controllo e valutazione sulla qualità e la fattibilità degli eventi proposti”.

Detto questo, e chiarita la trasparenza intenzionale di chi ha messo mano al settore più delicato della gestione del Parco Archeologico di Pompei, resta l’impressione (e la riserva) che un intervento del genere apra il varco (e non sarebbe il primo) al ricorso sistematico a questo tipo di valorizzazione del sito rcheologico. Anche se previsto dal Codice deli Beni Culturali, utilizzare per eventi regolamentati un monumento di storia e di cultura, unico nel suo genere, fa insorgere inevitabilmente recriminazioni da parte di chi non li condivide per principio ed approfitta dell’occasione per tornare sull’argomento. 

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