Ci sono amori che finiscono. E poi ci sono quelli che, nonostante tutto, non finiscono mai davvero. Restano nascosti in qualche angolo della memoria, riaffiorano improvvisamente dopo anni, magari attraverso un volto, una fotografia, una voce o un luogo. Non fanno più parte della nostra vita, ma continuano, in qualche modo, a far parte di noi.
È questa la sensazione che mi ha lasciato Il canto dell’ultimo incontro, l’ultimo romanzo di Vincenzo Esposito, scrittore nato a Torre Annunziata nel 1945, vincitore nel 1997 della X edizione del Premio Italo Calvino con La festa di Santa Elisabetta. Il romanzo, pubblicato da Graus Edizioni, racconta la storia di Andrea ed Elena, due giovani liceali legati da un sentimento che nasce nella stagione della giovinezza e che, con il trascorrere del tempo, invece di affievolirsi sembra diventare ancora più profondo. Poi Elena scompare misteriosamente. Da quel momento, la sua assenza diventa una presenza costante nella vita di Andrea.
Tutti abbiamo avuto un’Elena
È qui che il romanzo di Esposito smette di essere soltanto una storia d’amore e diventa qualcosa di più universale. Perché, in fondo, tutti abbiamo avuto un’Elena. Qualcuno che abbiamo perduto, lasciato andare o dal quale siamo stati separati dalle circostanze e che, magari a distanza di molti anni, continuiamo a domandarci come sarebbe stata la nostra vita se le cose fossero andate diversamente.
TORRESETTE AI
Chiedi a TorreSette AI e scopri di più.
Hai domande su questa notizia?
Esposito non racconta soltanto ciò che è accaduto ad Andrea ed Elena. Racconta anche ciò che non è accaduto, le possibilità rimaste sospese, le vite che avrebbero potuto prendere una direzione diversa. E forse sono proprio le cose non vissute quelle che, nella memoria, diventano più difficili da dimenticare.
L’amore e l’assolutezza della giovinezza
Il riferimento a Majakovskij, posto quasi come una dichiarazione d’intenti, introduce uno dei temi centrali del libro: l’amore come sentimento potente, capace di impossessarsi dell’animo e di rimanervi anche quando la vita sembra aver preso un’altra strada.
Ma il romanzo non idealizza semplicemente l’amore giovanile. Ne racconta anche il mistero, la fragilità e quella particolare forma di assolutezza che spesso appartiene alla giovinezza. Forse è proprio per questo che certi amori giovanili ci rimangono dentro così profondamente: perché appartengono a una stagione nella quale eravamo ancora capaci di credere che un sentimento potesse essere sufficiente a spiegare il mondo.
Andrea porta con sé quella stagione per tutta la vita. E lo fa attraverso un intreccio che si muove tra Torre e Carmagnola, due luoghi che diventano anche spazi della memoria, mentre passato e presente si rincorrono fino a condurre il lettore verso un epilogo inatteso.
Una scrittura scorrevole, a tratti poetica
La forza del romanzo sta anche nella scrittura. Esposito adotta una prosa scorrevole e, in alcuni passaggi, decisamente poetica. Non cerca effetti spettacolari, ma accompagna il lettore dentro la vicenda lasciando emergere progressivamente i sentimenti, i ricordi e le inquietudini dei suoi personaggi.
E c’è un altro elemento che rende particolarmente interessante la lettura per chi vive a Torre Annunziata: Torre non è soltanto uno dei luoghi in cui la storia è ambientata. È anche un luogo della memoria dell’autore. Esposito è nato proprio qui.
E forse non è casuale che una parte importante di una storia così legata al ricordo e alla giovinezza abbia come uno dei suoi luoghi proprio la città natale dello scrittore. La Torre del romanzo non va però letta soltanto come sfondo geografico. È anche una città della memoria, il luogo dal quale partono persone, sentimenti e stagioni della vita che poi il tempo porta altrove.
Tutto questo conferisce al libro un valore particolare per il lettore torrese: ritrovare la propria città dentro una storia universale significa guardarla anche attraverso gli occhi di chi, pur vivendo lontano, continua a portarne dentro le immagini e le suggestioni. Ed è allora che la memoria diventa il luogo nel quale tornare per cercare ciò che la vita non ci ha permesso di conservare.
È sempre meglio conoscere la verità?
C’è infine una domanda che il romanzo lascia al lettore e che, personalmente, trovo essere una delle sue suggestioni più profonde: siamo davvero sicuri di voler conoscere tutte le verità che il passato ci ha nascosto?
Talvolta la verità può liberare, altre volte può distruggere l’ultimo spazio rimasto al sogno. E forse alcuni sentimenti sopravvivono proprio perché non hanno avuto una risposta definitiva.
Quando l’amore sopravvive nella memoria
Il canto dell’ultimo incontro è, in definitiva, un romanzo sull’amore, ma ancora di più è un romanzo sulla persistenza dell’amore nella memoria. Sulla capacità che hanno alcune persone di rimanere dentro di noi anche quando la vita le ha portate altrove.
È una storia che parla della giovinezza, ma senza essere soltanto un romanzo sulla giovinezza. Parla della nostalgia, ma senza indulgere semplicemente alla nostalgia. E soprattutto parla del tempo: quello che passa, quello che cambia le persone e quello che, sorprendentemente, non riesce a cambiare tutto.
Perché forse alcuni incontri finiscono davvero, altri, invece, continuano a vivere dentro di noi.
FELICE PINTO


