A cura di Massimo Corcione*

Un anno, oggi. Una di quelle date che non dimenticheremo, per sempre. In quell'alba maledetta, non ci fu il tempo per lanciare l'allarme: pochi, atterriti testimoni videro sbriciolarsi un'intera ala di una palazzina che per mezzo secolo era stata ben visibile, nel suo lento e malcurato invecchiamento. Non esiste nulla di più ingiusto che raccontare la morte di chi, fino a qualche secondo prima, era nel posto più protetto che ciascuno di noi possa immaginare: casa propria. Le otto vittime di questa tragedia meritano rispetto e giustizia.

Febbraio del 2019 sarà un mese emotivamente molto intenso. Non vanno a processo solo i possibili responsabili di una tragedia che resterà nella memoria collettiva; verrà giudicata anche una insostenibile leggerezza nel gestire il bene pubblico. Cui appartenevano quelle otto vite sottratte a un futuro normale. Perché quella costruzione un po' demodè, in cerca di un lifting forse un po' estremo, tanto sicura non lo era più. Era accovacciata nella curva a gomito della rampa Nunziante, i suoi confini era possibile definirli solo scegliendo un punto di osservazione nascosto, alle spalle dei palazzi del Corso o all'interno di quel parco di via Gino Alfani sorto dove un tempo lontano i Molini Daunia avevano giocato le ultime fiches alla roulette dell'Arte Bianca.

Ecco, vista da quella posizione, ti chiedi chi (e in presenza di quale emergenza) possa aver concesso l'autorizzazione a costruire un fabbricato in uno spazio che a stento avrebbe ospitato un parcheggio scoperto. Ma ora l'errore è stato non usare ancor maggior rigore nell'osservare le regole per il restauro. Non era un capolavoro dell'architettura, ma godeva di una vista strepitosa: anche un panorama, a volte, migliora la qualità della vita. Dei tre nuclei familiari che occupavano gli appartamenti polverizzati nel crollo, solo uno avrebbe continuato a vivere lì, il sogno realizzato, fino a quando qualcosa è sfuggito al controllo, della testa e del cuore.

Per onorare il ricordo dei morti deve essere ricostruito anche il meccanismo perverso che ha prodotto come risultato le azioni (e le omissioni) ora utilizzate per agitare polvere inutile.

Un murales può aiutare, sicuramente aiuta, ma non risolve tutto. Cerchiamo la verità, non altro. Nel nome di chi c'era, fino a un anno fa.

(Nella foto in alto, il murales che sarà inaugurato stasera durante la cerimonia commemorativa delle otto vittime del crollo della palazzina di Rampa Nunziante. Nelle foto in basso: 1) la famiglia Cuccurullo con Giacomo, la moglie Edy ed il figlio Marco; 2) la famiglia Guida, con Pasquale, la moglie Anna ed i figli Francesca e Salvatore; 3) la signora Pina Aprea)

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