A Trecase, nella Biblioteca Michele Prisco - Oratorio Sac. Giuseppe Tortora, prende forma un evento che si sottrae alle consuete logiche dell'interpretazione per restituire alla pittura la sua dimensione più autentica e originaria: quella dell'incontro. Dal 17 aprile al 3 maggio, «There is nothing to read. Eppure tutto parla. Pittura poetica tra visione e assenza», mostra di arti figurative a cura di Felicio Izzo e Crescenzio D'Ambrosio, si presenta come un'esperienza immersiva e stratificata, capace di coinvolgere il pubblico ben oltre la semplice osservazione. È un attraversamento sensibile, un invito a sospendere l'urgenza di comprendere per abitare, invece, lo spazio più sottile e profondo del sentire. Non è una mostra da "leggere". Non offre percorsi didascalici né interpretazioni univoche.
Qui l'immagine si sottrae alla funzione illustrativa per farsi evento: accade, emerge, si lascia intuire più che spiegare. In questo contesto si inserisce anche il dialogo con la parola poetica, evocata dalle opere e in risonanza con la ricerca di Elio Parascandolo e il suo libro «Dalla fine il principio», in cui il linguaggio si muove tra origine e dissolvenza, tra ciò che resta e ciò che sfugge. La pittura, liberata dal vincolo del significato immediato, torna così a essere luogo di risonanza: una superficie viva in cui ciò che appare convive con ciò che si sottrae. Il titolo stesso racchiude la chiave dell'esperienza: visione e assenza non sono poli opposti, ma forze complementari. La visione attiva lo sguardo, lo seduce, lo chiama; l'assenza lo trattiene, lo interroga, lo costringe a sostare. È in questa tensione fertile che le opere trovano la loro energia più autentica.
Espongono tra gli altri Silvio Bisogno, Giuseppe D'Auria, Ida La Rana, Antonio Mele, Francesco Corinaldesi, Michele D'Uva, insieme allo stesso Crescenzio D'Ambrosio: artisti differenti per linguaggio e ricerca, ma accomunati da una tensione condivisa verso una pittura che non si limita a rappresentare il mondo, bensì lo evoca, lo attraversa e lo lascia affiorare. Le loro opere non si impongono allo sguardo: accadono nel tempo.
Chiedono disponibilità, lentezza, una forma di ascolto che è insieme visiva ed emotiva. In esse la materia pittorica diventa soglia, passaggio, luogo di attraversamento. Il colore non descrive, ma suggerisce; il segno non delimita, ma apre; la forma non chiude, ma invita. «Lo spettatore non cerca un significato, ma lo incontra», afferma Felicio Izzo. Ed è proprio in questo incontro — fragile, inatteso, talvolta indecifrabile — che si gioca il cuore della mostra. Un senso che non si offre mai completamente, ma che emerge per stratificazioni successive, per eco interiori, per improvvise illuminazioni. C'è, in questo processo, una relazione profonda con la memoria. Non una memoria lineare o narrativa, ma una memoria sensibile, quasi involontaria: quella che riconosce nel nuovo una traccia del già vissuto, che si lascia sorprendere e, al tempo stesso, rassicurare.
È ciò che Felicio Izzo definisce "inganno della memoria": una dinamica sottile che rende ogni esperienza estetica irripetibile e personale. In un tempo dominato dalla velocità, dalla semplificazione e dalla necessità di decifrare tutto immediatamente, “Pittura poetica tra visione e assenza” si configura come un gesto controcorrente, quasi necessario. Invita a rallentare, a sostare, a rinunciare - almeno temporaneamente - al bisogno di spiegare. Propone una forma diversa di conoscenza: non analitica, ma intuitiva; non definitiva, ma aperta. Ad arricchire ulteriormente l'esperienza espositiva, la presenza del maestro Gino Accardo, interprete della canzone classica napoletana, ha offerto un momento di intensa suggestione sonora, in cui la musica si intreccia con la pittura, amplificando quell'atmosfera sospesa tra visione e assenza che caratterizza l'intero evento. Entrare in questa mostra significa accettare una soglia: quella in cui il visitatore smette di essere osservatore per diventare presenza. Non guarda soltanto, ma viene coinvolto, attraversato, trasformato. La pittura, così, non è più oggetto da contemplare, ma esperienza da vivere. Non c'è nulla da leggere, dunque. Eppure, proprio per questo, tutto parla.


