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«Tornerei a Torre Annunziata, ma per i miei figli ho dei dubbi»: la lettera che fa riflettere

«Tornerei a Torre Annunziata, ma per i miei figli ho dei dubbi»: la lettera che fa riflettere

Lo sfogo di Nico Bellotti, professionista trasferitosi al Nord da oltre vent'anni: «Il problema non è solo la politica, ma la rassegnazione verso ciò che non dovrebbe essere normale»

(3 minuti di lettura)

C'è chi vive la città ogni giorno e chi, pur avendola lasciata da anni, continua a portarla nel cuore. È il caso di Nico Bellotti, 48 anni, originario di Torre Annunziata, trasferitosi nel Nord Italia insieme alla moglie oltre vent'anni fa dopo la laurea in economia aziendale. A Milano ha costruito la propria carriera professionale e la propria famiglia.

La sua è una lettera che non contiene accuse né giudizi sommari. Piuttosto, rappresenta una riflessione lucida e amara sul rapporto che molti emigrati conservano con la propria terra d'origine: un legame fatto di affetto, nostalgia e appartenenza, ma anche di interrogativi che restano senza risposta.

«Ho sempre pensato che chi è rimasto abbia più diritto di me di parlare delle difficoltà quotidiane della città», scrive Bellotti. Eppure Torre Annunziata continua a essere casa sua. Ogni ritorno è accompagnato dagli affetti familiari, dai ricordi e dalle emozioni di sempre. Ma anche dalla sensazione che alcune anomalie continuino a essere considerate normali.

L'osservazione parte dalle piccole cose: il traffico, la doppia fila, il mancato rispetto delle regole, l'abitudine a cercare scorciatoie invece di seguire procedure e comportamenti corretti.

«Quando qualcuno mi chiede se tornerei a vivere a Torre, rispondo sempre di sì», racconta. Una risposta istintiva, che nasce dal legame con la città. Poi però arrivano le domande sul futuro. «Guardo i miei figli e mi chiedo se avrebbero le stesse opportunità che hanno oggi. E lì la risposta diventa più complicata».

Un passaggio particolarmente significativo della lettera riguarda un'esperienza professionale vissuta alcuni anni fa. La società per cui lavora, si era aggiudicata un importante progetto di riqualificazione destinato proprio a Torre Annunziata. Per Bellotti non si trattava soltanto di un incarico professionale, ma di un'occasione per restituire qualcosa alla comunità da cui era partito.

L'entusiasmo iniziale lasciò presto spazio alla delusione. Le vicende che portarono allo scioglimento dell'amministrazione comunale dell'epoca bloccarono il progetto, che non vide mai la luce. «Ci rimasi male come torrese prima ancora che come professionista», scrive.

Ma è soprattutto un altro passaggio della lettera a colpire. Bellotti racconta di aver provato, per la prima volta nella sua vita lavorativa, una sensazione mai sperimentata altrove: un certo imbarazzo nel dire da dove provenisse. Un sentimento che non nasce dall'esistenza di problemi o inefficienze, presenti in ogni territorio, ma da una percezione diversa. «Per lavoro incontro ogni anno centinaia di amministratori, dirigenti, professionisti e imprenditori. Errori e difficoltà esistono ovunque. Quello che a volte percepisco a Torre è qualcosa di diverso».

Quel qualcosa, secondo Bellotti, non è la rabbia e nemmeno l'indignazione. È la rassegnazione. «Come se alcune cose fossero diventate normali solo perché esistono da tanto tempo».

Da qui nasce la domanda che rappresenta il cuore della sua riflessione: «In quale momento una comunità smette di stupirsi?».

Secondo il professionista torrese, il rischio più grande non è soltanto la presenza di comportamenti sbagliati o di cattive pratiche amministrative. Il vero problema nasce quando una comunità si abitua a tutto questo, smette di indignarsi e finisce per considerare inevitabile ciò che inevitabile non dovrebbe essere.

«Quando non ci stupiamo più di una regola aggirata, di un favore chiesto, di una situazione palesemente sbagliata, il problema non è più soltanto amministrativo o politico. Vuol dire che, poco alla volta, ci siamo abituati», continua Bellotti.

Una riflessione che arriva in un momento particolarmente delicato per Torre Annunziata e che va oltre le vicende politiche degli ultimi giorni. Perché chiama in causa il senso civico, la cultura della legalità e il rapporto che una comunità ha con se stessa.

La conclusione della lettera è anche una sfida rivolta alla città: «Ricominciamo a considerare anormale ciò che per troppo tempo è stato considerato normale».

Forse sarebbe proprio da qui che dovrebbe partire ogni vero cambiamento.

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