A cura di Mario Cardone

«La città antica di Pompei non è come il castello della bella addormentata, rimasto fermo nel tempo fino all’arrivo del principe sul cavallo bianco». La metafora del “Castello della bella addormentata” è stata utilizzata da Grete Stefani, direttrice del Parco Archeologico di Pompei, nella conferenza “Pompei dopo l’eruzione del 79”, svoltasi sabato 12 marzo presso l’Auditorium della Soprintendenza.
L’intenzione della direttrice archeologa, che ha parlato nell’ambito delle iniziative dell’Associazione Internazionale Amici di Pompei, punta a sfatare il mito romantico di Pompei che rimane “addormentata” nel sottosuolo vulcanico per quasi due millenni, cioè fino ai primi scavi archeologici di fine Settecento.

In realtà le cose stavano così già da tempo perché, come la stessa Stefani ha spiegato, il ceto scientifico si era già convinto da tempo, sulla base di segni evidenti nello stesso sito pompeiano e da reperti ritrovati nel corso di altri scavi sul territorio vesuviano e stabiese, che molti materiali di costruzione dell’antica Pompei sono stati riutilizzati per nuove domus.

Non solo. Ci sono stati “ritorni” di vivi sul territorio dell’antica città distrutta (o se si vuole “addormentata”) nel 79 dall’eruzione del Vesuvio. Ritorni dimostrati da evidenti segni d’insediamento come nella contrada di Moregine, dove è stato constatato che un edificio termale coperto dai lapilli è stato riutilizzato con una pavimentazione posta sopra al materiale piroclastico (cenere e lapilli) su cui sono state rinvenute impronte sulla cenere datate dagli studiosi dopo il 79 d.C..
Il materiale  che coprì Pompei formò una coperta di un composto di cenere sedimentato sopra al lapillo che la gente del posto chiama comunemente “tuono”. Al di sopra di questo strato sono state trovate sepolture (come quelle sul lato orientale esterno alla Palestra Grande).

Allo stesso modo sono stati rinvenuti reperti di probabili insediamenti successivi al 79 nell’area vicino al cimitero della Pompei moderna (via Nolana), un edificio è stato trovato sopra allo stato dei lapilli a Civita mentre, sempre di epoca successiva all’eruzione pliniana, è l’opificio sottostante le Case Operaie (di cui esiste una pianta di Ludovico Pepe). Ultimamente si è molto parlato di un muro (sempre successivo all’eruzione) sito all’interno allo stadio “Bellucci”, attualmente in fase di restyling.
Dove fu ricostituita la Pompei dei sopravvissuti all’eruzione? E’ il quesito attuale che appassiona oggigiorno gli archeologi pompeianisti. A quanto pare molti di loro ritengono (sulla base di scavi e ritrovamenti) che un nuovo insediamento dev’essere sorto sul territorio vesuviano tra Boscotrecase e Bo-scoreale.

E’ il caso di citare lo Scavo in fondo De Vivo operato da Ferrucio de Prisco (fratello del più fortunato Vincenzo, che trovò i famosi argenti in bella mostra al Louvre di Parigi). In questo caso fu trovato un mosaico  all’interno di uno stabilimento termale post 79 d.C.. Il mosaico di non eccezionale fattura rappresentava Venere adagiata su due Tritoni sulla schiuma del mare. Purtroppo, fu perso nel corso del tempo. Se ne interessò anche il Sogliano quando gli fu offerto per il Museo Archeologico di Napoli dal de Prisco, contro il riconoscimento di un “fiore”.