Le parole del procuratore capo Nunzio Fragliasso hanno avuto l’effetto di una deflagrazione istituzionale. Non tanto perché un magistrato abbia parlato di legalità durante l’abbattimento di Palazzo Fienga - simbolo storico del potere del clan Gionta - ma per la durezza e la precisione delle accuse rivolte, seppur senza nomi, all’attuale amministrazione comunale di Torre Annunziata.

È vero: non è frequente assistere a un intervento così netto da parte di un procuratore in una cerimonia pubblica dal forte valore simbolico e sociale. La magistratura, soprattutto in contesti ufficiali, tende spesso a mantenere un linguaggio prudente, istituzionale, calibrato. Fragliasso invece ha scelto parole pesanti: “troppe ombre”, “troppe opacità”, “contiguità con la criminalità organizzata”, “illegalità in seno alla stessa amministrazione comunale”. Espressioni che non sembrano improvvisate né dettate dall’emotività del momento.

Un procuratore della Repubblica non può permettersi leggerezze di questo tipo. Non in una piazza pubblica. Non davanti a due ministri della Repubblica, al prefetto, al procuratore nazionale antimafia e alle più alte autorità dello Stato. Se Fragliasso ha deciso di esporsi così apertamente, lo ha fatto presumibilmente perché convinto di avere elementi solidi, fatti, riscontri, informazioni investigative e valutazioni istituzionali tali da sostenere quelle affermazioni. Diversamente, sarebbe stato un azzardo enorme, anche sul piano personale e professionale.

La reazione del sindaco Corrado Cuccurullo - le dimissioni immediate - ha amplificato ulteriormente il peso politico e istituzionale di quelle dichiarazioni. Un sindaco non lascia per una semplice polemica. Evidentemente ha percepito che si fosse superato un punto di non ritorno nel rapporto tra amministrazione comunale e apparati dello Stato.

Adesso il tema inevitabilmente diventa un altro: quelle parole erano soltanto una denuncia politica e morale oppure rappresentano il preludio a un nuovo scioglimento del consiglio comunale?

Il sospetto è forte. Anche perché Fragliasso non ha parlato genericamente di difficoltà amministrative o ritardi burocratici. Ha evocato “contiguità” e “illegalità”, termini che nel lessico istituzionale hanno un peso specifico enorme. E la presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi non era un dettaglio secondario. È il Viminale che ha l’ultima parola sugli scioglimenti per infiltrazioni camorristiche.

Naturalmente bisogna evitare processi sommari. Le responsabilità, come ha ricordato lo stesso Cuccurullo nella sua lettera, sono individuali e vanno accertate nelle sedi competenti. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che nulla sia accaduto. Perché a Torre Annunziata il 5 maggio non è stato demolito soltanto Palazzo Fienga: è esploso definitivamente il cortocircuito tra pezzi dello Stato.

E quando un procuratore arriva a parlare pubblicamente in quei termini, significa che il livello di allarme istituzionale è già molto alto.