“Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente”. Valter Lavitola, indagato nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato nell’ottobre scorso davanti all’abitazione del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci, davanti ai pm che lo hanno convocato per l’interrogatorio si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha reso dichiarazioni spontanee respingendo le accuse e sostenendo di non avere idea di quale possa essere stato il movente.
“Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente”, avrebbe detto Lavitola, in base a quanto si apprende, nel corso delle dichiarazioni spontanee.
L'ex editore e imprenditore si è detto “sconcertato” dell’accusa di essere il mandante alla luce del rapporto di “fraternità” che lo lega a Ranucci. Per quanto riguarda la sua presenza sul luogo dell’attentato dinamitardo un mese prima dei fatti avrebbe detto che spesso “andava lì a trovare Ranucci”.
In merito al ruolo sull’uomo accusato di essere l’intermediario, Gomes Clesio Tavares, ha sostenuto di “non averlo mandato in Camerun”, lui “sta spesso lì e ciò è riscontrabile dal suo passaporto. Ora si trova nel suo Paese di origine per un affare sul carbon credit”.
Lavitola nel corso delle dichiarazioni spontanee ha sottolineato la sua estraneità ai fatti fondandola “sul rapporto di amicizia” con Ranucci. “Ci vediamo quasi tutti giorni, le nostre famiglie si frequentano, andiamo a cena spesso. È un’amicizia così stretta che è incompatibile con qualsiasi tipo di movente”, avrebbe aggiunto.
A quanto si apprende Lavitola, difeso dagli avvocati Sergio e Arturo Cola, ha deciso di non rispondere all’interrogatorio davanti ai pm ma di rendere dichiarazioni spontanee in attesa della discovery degli atti. Al termine dell’interrogatorio, durato due ore, ha lasciato la città giudiziaria di piazzale Clodio da un’uscita secondaria a bordo di un taxi accompagnato dai suoi difensori.
Gli investigatori, che lo scorso 4 luglio hanno disposto le perquisizioni eseguite dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati, sono al lavoro per verificare il suo eventuale coinvolgimento anche attraverso l'analisi di telefoni e computer sequestrati.
"Vi posso dire che Valter Lavitola è sconvolto per le accuse che gli sono state mosse e ciò in ragione dello stretto e fraterno rapporto di amicizia che ha con Ranucci come confermato dallo stesso giornalista", aveva detto l'avvocato Sergio Cola, difensore Lavitola, entrando in procura a Roma.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e avviata dal pm Carlo Villani, passato a dirigere la procura di Velletri, seguita ora dal pm della Dda Edoardo De Santis, aveva portato già la scorsa settimana all’esecuzione di quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna ritenuti esecutori materiali dell’attentato e accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. Reati, a cui si aggiunge quello di strage, contestati in concorso anche a Lavitola.


