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Pittoni, annullata sentenza di condanna per due medici che avevano curato uno dei rapinatori

Pittoni, annullata sentenza di condanna per due medici che avevano curato uno dei rapinatori

Per la Cassazione «la situazione di illegalità non ostacola la tutela alla salute»

Aggiornato il (2 minuti di lettura)
A cura della Redazione

La Sesta Sezione della Cassazione ha annullato la sentenza che vedeva condannati, nei primi due gradi di giudizio, i medici Luigi Acanfora di Pompei e Mario Trerè di Boscoreale per aver curato uno dei banditi che uccisero l’ufficiale dei carabinieri Marco Pittoni durante una rapina all’ufficio postale di Pagani.

Per i giudici della Suprema Corte “il fatto non sussite” «perché la situazione di illegalità in cui versa il soggetto che necessita di cure non può costituire in nessun caso ostacolo alla tutela della salute».

Ma ritorniamo indietro nel tempo. Era il 6 giugno 2008 quando, in un conflitto a fuoco con i rapinatori che avevano assaltato l’ufficio postale di Pagani, rimase ucciso il carabiniere Marco Pittoni.  La banda era composta da quattro persone, tra cui due giovani, entrambi di Torre Annunziata. Uno dei due, Fabio Prete, 20 anni, rimase a sua volta ferito da un proiettile ad un braccio. In pochi giorni le forze dell’ordine risalirono ai responsabili della rapina, arrestando i componenti della banda, tra cui anche Prete. Questi portava una medicazione al braccio ferito, il che lasciava suppore che era stato assistito da un medico.

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Il giorno dopo si presentò ai carabinieri di Vico Equense il chirurgo Trerè il quale, assistito dagli avvocati Giuseppe Ferraro e Massimo Sartore, raccontò come si erano svolti i fatti. Disse che non sapeva nulla della rapina e spiegò di essere stato chiamato dal collega Acanfora per un intervento urgente. Solo successivamente scoprì che il ferito da lui medicato era uno dei rapinatori di Pagani, e quindi decise di collaborare con gli inquirenti e di raccontare l'accaduto.

Nei primi due gradi di giudizio i due medici furono condannati a sei mesi di reclusione per favoreggiamento. Il ricorso in Cassazione, invece, ha ribaltato la situazione, ridisegnando la verità dei fatti. 

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