Ci sono ragazzi che imparano troppo presto a combattere. Combattono per sopravvivere, per essere riconosciuti, per difendersi dalla paura. E, a volte, finiscono per combattere dalla parte sbagliata della vita.
È da queste storie, vere e dolorose, che nasce “Guerrieri”, il libro di Gianluca Guida, direttore da trent’anni dell’Istituto Penale per i Minorenni di Nisida, edito da Il Pellegrino. La prefazione è di Maurizio De Giovanni, la postfazione del cardinale di Napoli Domenico Battaglia.
Perché chiamarli “Guerrieri”?
Mi sono chiesto: perché chiamarli guerrieri?
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La risposta c’è. Non per celebrare la violenza. Non per trasformare la rabbia in un valore. Al contrario: per guardare oltre quell’armatura che spesso nasconde adolescenti feriti, fragili, incapaci di immaginare un domani.
Sono ragazzi che vivono nel presente perché il futuro, per loro, è stato a lungo un territorio sconosciuto. Ragazzi ai quali la vita ha insegnato a difendersi prima ancora di insegnare a sognare.
Eppure, dentro ogni storia, c’è una possibilità.
Un errore non può diventare un’identità
A Nisida l’educazione parte dall’ascolto, dalla responsabilità, dalla capacità di restituire a ciascuno la consapevolezza che un errore non può coincidere per sempre con un’identità.
Perché nessun adolescente è soltanto il peggio di ciò che ha fatto.
Il vero lavoro, allora, è togliere l’armatura. Entrare nelle ferite senza giudicarle. Riconoscere la rabbia, attraversarla, darle un nome.
E insegnare a quei ragazzi una forma diversa di coraggio: non più combattere contro qualcuno, ma diventare “guerrieri del proprio giardino”, capaci di prendersi cura di ciò che cresce dentro di sé.
Credere ancora in un ragazzo
Forse è proprio questo il messaggio più potente di Guerrieri: la redenzione non è una parola astratta quando qualcuno decide di credere ancora in un ragazzo.
Dietro una porta chiusa può esserci una storia difficile. Ma può esserci anche un futuro che aspetta di essere riscritto.
E allora Nisida diventa qualcosa di più di un luogo di detenzione: diventa uno spazio in cui, lentamente, si può imparare a deporre le armi e a ricominciare.
Perché ogni giovane che riesce a immaginare un domani è già un po’ fuori dalla prigione.
Quando la speranza diventa futuro
Forse la speranza comincia proprio lì: quando un ragazzo smette di chiedersi come sopravvivere al giorno dopo e comincia, finalmente, a chiedersi che uomo vuole diventare.
Guerrieri ci ricorda che nessuno dovrebbe essere condannato per sempre alla propria armatura.
Perché, anche nelle storie più ferite, può ancora esserci un’alba.


