A cura di Antonio Gagliardi

“E come se stessimo in guerra, con il suono ininterrotto delle sirene delle ambulanze. La paura ci attanaglia. Bisognerebbe stare qui per capire il nostro stato d’animo”. 

E’ la voce al telefono del mio amico d’infanzia Umberto, trasferito da oltre 40 anni nella città di Bergamo. Qui vive con la moglie Rosa, ed è proprio lei a raccontarmi il dramma che stanno vivendo tutti i bergamaschi. 

“Non usciamo di casa da 15 giorni – dice con la voce tremante -. Abbiamo paura perfino di uscire sul pianerottolo. Nel palazzo dove abitiamo ci sono stati casi di contagi da Covid-19. Non ti dico le precauzioni che prendiamo quando andiamo giù a depositare i sacchetti di rifiuti. Appena rientrati ci cambiamo gli abiti, li rinchiudiamo in una busta e li teniamo fuori al terrazzo per qualche giorno prima di metterli in lavatrice. Abbiamo paura che il virus entri in casa. Lo so, saremmo anche paranoici, ma  bisogna viverle queste situazioni per capire il dramma che stiamo vivendo. Questa è una tragedia immane, soprattutto per gli anziani, isolati negli ospizi o abbandonati nelle loro case, con le badanti rientrate frettolosamente nei loro paesi di origine”.

E’ un fiume in piena Rosa. Ha la necessità di sfogarsi, di raccontare quello che sente dentro, di esorcizzare la paura che l’assale.

“Qui facciamo la spesa on line ma non sempre ricevi quello che chiedi. Prenoti e paghi, ma il tutto ti viene consegnato entro 12-13 giorni. A scendere per strada non ci pensiamo proprio. Qui è tutto un deserto. Lavoro da casa perché nel mio ufficio ci sono stati casi di contagio da coronavirus”.

Mentre parlo al telefono dall’altro capo del filo avverto angoscia e paura. “Per strada si vedono solo ambulanze e carri funebri – riprende Umberto -. Nella Bergamasca ci sono stati quasi mille decessi. Per questo rinnovo l’appello ai meridionali e ai miei compaesani (a Torre Annunziata vivono i suoi due fratelli e il papà, ndr): vi prego, non uscite di casa, fate di tutto per non rivivere il nostro stesso dramma. Qui è un inferno!”.

La telefonata termina con un in bocca al lupo da entrambe le parti. Riattacco il telefono e provo un senso di impotenza. Rimane la speranza che prima o poi tutto finirà, che continueremo ad affollare strade, parchi, ristoranti, bar e spiagge. Ma sarà tutto come prima?

(Foto Corriere Bergamo)