A cura di Massimo Corcione*

Se lo racconti oggi, corri il rischio di essere scambiato per un primitivo, oppure appari come quel giapponese che – decenni dopo la fine della guerra – ancora scappava da un nemico nel frattempo diventato alleato: il 23 novembre del 1980 i telefonini non esistevano, le conversazioni via cavo erano spesso gracchianti, internet non era neppure un progetto e per comunicare tra noi ricorrevamo ai francobolli e speravamo nei postini.

Quella sera cambiò la nostra vita, moltissime esistenze le fermò per sempre, lasciando un’eredità di ricordi e di speranze presto diventate rimpianti. Quanto era diversa quell’Italia: il grido disperato della gente fu interpretato dal titolo del giornale di casa, Il Mattino. FATE PRESTO, carattere tutto maiuscolo e peso così disperato da somigliare a un pugno nello stomaco.

Erano trascorse 48 ore e in moltissimi paesi ormai cancellati non era arrivato ancora nessuno, né a rappresentare lo Stato, né la solidarietà popolare. Era desolante la sensazione di vuoto e di impotenza che ti prendeva quando, da giornalista-ragazzino arrivavi a Ricigliano, San Gregorio Magno, Castelnuovo di Conza prima ancora di un vigile del fuoco, di un’autoambulanza, di una pattuglia di volenterosi provenienti da un Nord troppo lontano e, poi, finalmente più vicino. Il più delle volte ero solo, avrei voluto piangere, me le lacrime sarebbero state solo la conferma della mia inutilità. Non mi restò che scrivere. Non un post su facebook o un tweet o una storia su Istagram, ma articoli da mettere in pagina, accanto a quelli di inviati di lungo corso. E la mia vita cambiò per sempre, ma questo è un dettaglio quasi irrilevante.

Quarant’anni dopo quelle scosse che devastarono l’Irpinia, ferirono a sangue il Cilento interno e la provincia di Potenza, lasciarono tracce mai cancellate anche qui, quelle scosse ancora rimbombano nelle nostre teste. Allora, tutti imparammo a convivere con la paura, a considerarla parte non eliminabile del gioco chiamato vita. Non esistono certezze, non conviene a nessuno arroccarsi su posizioni definitive con il pericolo di vedere crollare lo scoglio sul quale si era cercato rifugio. Eravamo appena usciti dagli anni di piombo, eravamo riusciti a ricostruire faticosamente quella che la violenza politica aveva terremotato. Ma il terremoto, quello vero, esplose alle 19.34 di una domenica come tante che fino a quell’ora nessuno poteva sospettare diventasse dolorosamente indimenticabile. Ce ne rendemmo conto, giorno dopo giorno, con una lentezza che oggi sarebbe intollerabile.

Aggiungo un’altra esperienza personale, un ricordo con il quale coabito da quarant’anni: un’ora prima della scossa, ero sull’autostrada, nel tratto che da Nola porta a Napoli. Chi conosce la zona sa che non è inconsueto imbattersi in un muro (penetrabilissimo) di umidità. Quella volta era diverso: la barriera partiva una quarantina di centimetri da terra e questo particolare generava un po’ di inquietudine, quasi fosse l’anticipazione di qualcosa di misterioso che si sarebbe manifestato poi. Quella presenza ritorna ancora nei miei sogni meno tranquilli e la visione non è il miglior augurio per la giornata che verrà. Fu la fase finale della formazione giovanile per una generazione che si accingeva a vivere gli anni Ottanta con la sicurezza di chi aveva già conquistato la Luna. Ma la Terra ora sembrava improvvisamente ribellarsi, quasi si sentisse trascurata da uomini e donne irriconoscenti. Io dormivo a Torre e vivevo a Napoli: due punti di uno stesso osservatorio. Non si capiva molto, pareva che la precarietà si fosse istituzionalizzata, un freno supplementare per una vettura che già procedeva a fatica. Non avemmo, forse, la consapevolezza del momento, quel sonno della ragione lo avremmo pagato poi, a carissimo prezzo.

Ma proprio il paragone con quei giorni, e la memoria di quelle istantanee processate nelle nostre teste hanno reso più facilmente tollerabili le stagioni che seguirono il 23 novembre 1980. Avevamo vissuto anche il peggio, eravamo riemersi, nulla o quasi ci avrebbe costretti nuovamente al tappeto. Soprattutto avevamo accresciuto la nostra autodifesa proprio grazie alla lezione di quel terremoto. Abbiamo una Protezione Civile organizzata ed efficiente, siamo diventati capaci (con le previsioni degli studiosi e con qualche ritocchino alla nostra edilizia più recente) di contenere la furia devastatrice della Natura. Ma nessuno avrebbe potuto prevedere che saremmo finiti per essere messi sotto scacco da un virus.

Proviamo, oggi come ieri, a guidare la riscossa con lo stesso grido di quarant’anni fa: FATE PRESTO!

*Già vicedirettore del TG di Canale 5 e direttore di Sky Sport