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Epifania: un giro in “scopa” tra fede religiosa e tradizione popolare

Epifania: un giro in “scopa” tra fede religiosa e tradizione popolare

Causa COVID niente feste in strada quest’anno ma dolci e carbone restano immancabili

(3 minuti di lettura)
A cura di Anna Casale

L’Epifania è il giorno di festa in cui i Re Magi con i loro doni compaiono nel presepe e sui propri lettini i bambini al risveglio trovano una calza ricca di dolciumi, lasciata lì dalla Befana che per tutta la notte ha svolazzato nel cielo a bordo della sua scopa. Una festività da sempre accolta con gioia ma che quest’anno porta con sé emozioni miste e contrastanti, tristezza per ciò che è stato ed è in corso ma anche speranza nel domani e nella cura per debellare quel “mostriciattolo invisibile” a cui va tanto carbone.

L’Epifania è una festività che lega in sé come un filo l’aspetto religioso, la tradizione popolare ed il mito.

La celebrazione religiosa del 6 gennaio ricorda la venuta dei Re Magi alla grotta di Gesù Bambino, guidati da una stella cometa, recanti con sé l’oro, simbolo di regalità e Gesù è il Re dei Re, l’incenso, simbolo di divinità perché Gesù è Dio e la mirra, simbolo di umanità, usata nel culto dei morti perché Gesù è uomo in quanto tale è mortale.

Nella tradizione popolare si racconta che i Re Magi, Baldassarre, Gaspare e Melchiorre durante il loro viaggio incontrarono una vecchietta a cui chiesero indicazioni. L’anziana diede loro indicazioni e la invitarono a seguirli ma questa rifiutò. Tornata a casa fu assalita dal pentimento per cui preparò un cesto di dolciumi e cercò di raggiungerli ma non riuscì a trovare né i Magi né il Bambinello così vagò per le strade, ed ancora oggi lo fa, lasciando dolci ad ogni porta e ad ogni bambino che incontrava, nella speranza che tra di essi ci fosse il Bambin Gesù.

Vi è anche un mito, risalente ai tempi dell’antica Roma, secondo cui la dea Diana (dea delle donne, della caccia e della natura a cui erano devote le Janare) dodici giorni dopo il solstizio d’inverno volava sui campi, con a seguito le sue ninfe, per favorire l’abbondanza dei raccolti e la fertilità della terra. Contestualmente i Romani seppellivano nei campi rami di salice bianco, che simboleggiava la neve. Un rituale atto a scongiurare le nevicate che avrebbero potuto, col freddo, bruciare i raccolti. In più, la dodicesima notte dal solstizio d’inverno i Romani si scambiavano doni ben auguranti per l’anno che stava per iniziare.

Quest’anno a causa della pandemia ognuno di noi ha dovuto dare un netto cambio alle abitudini ed anche se le nostre strade non si sono riempite di bancarelle dove poter fare incetta di dolci e giochi, la tradizione del “fare la calza” ai bambini s’ha da fare, tra restrizioni e privazioni che anche loro hanno dovuto osservare la magia non gliela possiamo levare.

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