Una famiglia sterminata sotto il peso dell’indifferenza.
Luca Abbasciano, 42 anni, era un tecnico informatico. Sua moglie, Valentina Pambianco, aveva 41 anni. La loro bambina, Bianca, con gravi problemi di disabilità, doveva ancora compiere 6 anni. Un gesto di disperazione di uno dei coniugi (al momento non si sa chi abbia premuto il grilletto) che ha posto fine all'esistenza dell'intera famiglia e quella del cane che viveva in casa.
Dalle numerose lettere trovate nell'appartamento e indirizzate ai parenti dei due coniugi, traspare chiara la volontà di farla finita perché "da soli non ce la facciamo".
TORRESETTE AI
Chiedi a TorreSette AI e scopri di più.
Hai domande su questa notizia?
Una tragedia che si poteva evitare? Certamente, se solo lo Stato sarebbe stato più vicino al disagio quotidiano di questa famiglia. E’ quanto afferma Salvatore Cimmino, nuotatore attivista, che da anni conduce una battaglia per la rivendicazione dei diritti delle persone con disabilità.
«Un’altra famiglia sterminata dalla solitudine - scive Cimmino -. Una bambina con una disabilità grave e i suoi genitori, trovati senza vita tra le mura di una casa trasformata in una trappola di disperazione. Si sono uccisi perché lasciati soli. È una strage continua, silenziosa, metodica, seguita puntualmente dall’indifferenza generale e da un raggelante menefreghismo istituzionale.
Poi, puntuali come un copione già scritto, arrivano i burocrati. Siamo costretti ad ascoltare il rappresentante del municipio che, con freddezza statistica, assicura: «Erano seguiti». Ma seguiti come? Da chi? In che modo?
La risposta sta nella realtà brutale di questa mattina. Se quella famiglia fosse stata seguita davvero, oggi questo papà non sarebbe dentro una bara. Questa mattina sarebbe andato in ufficio, si sarebbe seduto alla sua scrivania e avrebbe svolto il suo lavoro di tecnico informatico. Avrebbe vissuto una vita normale, sorretto da uno Stato capace di fare lo Stato.
Invece no. La verità è che l’assistenza si ferma quasi sempre ai moduli da compilare, ai rimpalli di responsabilità, ai bonus una tantum che non cambiano la quotidianità. Le famiglie che convivono con la disabilità grave vengono sepolte vive sotto il peso di un carico assistenziale ed emotivo insostenibile, che logora la mente e il corpo fino a spezzare il fiato.
Quanti suicidi-omicidi devono ancora accadere prima che qualcosa cambi davvero? Quanti corpi dobbiamo ancora contare per capire che la disabilità nuoce non come fatto privato, ma come dovere collettivo? Non c’è più tempo per i rimpalli o per la contabilità del dolore.
La nostra Costituzione parla chiaro: riconosce la pari dignità sociale di ogni cittadino e impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza e la libertà.
Ogni volta che una famiglia viene lasciata sola fino a morire, quella promessa costituzionale viene tradita. Restituire dignità a chi convive con la disabilità grave non è una concessione assistenziale, ma un obbligo di civiltà non più rimandabile.
Lo Stato deve smettere di fare l’impiegato e iniziare a fare il salvagente, applicando la Carta nei fatti, prima che il prossimo muro di silenzio inghiotta un’altra vita».


