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Torre Annunziata, 42 anni fa la strage di Sant'Alessandro: quella domenica di sangue che cambiò la città

Torre Annunziata, 42 anni fa la strage di Sant'Alessandro: quella domenica di sangue che cambiò la città

Il 26 agosto 1984 un commando armato seminò morte davanti al Circolo dei Pescatori: otto vittime e sette feriti. Una ferita ancora aperta nella memoria collettiva dei torresi.

(5 minuti di lettura)
A cura della Redazione

Ci sono date che appartengono alla storia di una città e altre che diventano una cicatrice nella memoria di intere generazioni. Per Torre Annunziata una di queste è il 26 agosto 1984.

Domani ricorrono 42 anni dalla strage di Sant'Alessandro, uno degli episodi di camorra più sanguinosi della storia della Campania: otto persone uccise e sette ferite in pieno giorno, in una domenica d'estate che trasformò improvvisamente Torre Annunziata in teatro di una mattanza.

TorreSette raccontò nel 2021 quella giornata attraverso la testimonianza dello storico oplontino Antonio Papa, che visse personalmente le ore immediatamente successive alla sparatoria. Un racconto fatto non soltanto di cronaca, ma delle sensazioni, della paura e dello smarrimento di una città che ancora non sapeva cosa fosse appena accaduto.

Una tranquilla domenica d'agosto trasformata in un inferno

Era domenica. Faceva caldo e Torre Annunziata viveva una normale mattinata estiva.

Poco dopo mezzogiorno, però, davanti al Circolo dei Pescatori, abituale luogo di ritrovo di uomini vicini al clan Gionta, arrivò un autobus precedentemente rubato. Il mezzo esponeva un cartello che faceva riferimento a una gita turistica. Da lì scese un commando composto da numerosi sicari pesantemente armati.

In pochi istanti si scatenò l'inferno.

I killer aprirono il fuoco contro le persone presenti. Fucili a pompa e armi automatiche trasformarono quel tratto della città in un campo di battaglia. Il bilancio finale fu terribile: otto morti e sette feriti, tra i quali anche persone estranee alle dinamiche criminali.

Il bersaglio principale dell'azione era Valentino Gionta, allora al vertice dell'omonimo clan, che riuscì però a sottrarsi alla morte. La strage maturò nel contesto della violentissima contrapposizione tra gruppi camorristici per il controllo degli affari criminali e del territorio dopo gli anni della guerra alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Le auto trasformate in ambulanze e la città che ancora non capiva

È soprattutto attraverso i ricordi di Antonio Papa che si comprende cosa significò vivere quei minuti senza conoscere ancora le dimensioni dell'eccidio.

Quella mattina si trovava con alcuni amici al Club dei Fedelissimi del Savoia, in corso Garibaldi. Poco dopo che le campane avevano annunciato mezzogiorno, vide una Fiat 112 rossa percorrere velocemente la strada in direzione dell'ospedale Civico di piazza Cesaro, con il clacson azionato insistentemente.

In un primo momento nessuno immaginò una strage. Si pensò a un incidente, a un pedone investito o magari a qualcuno colto da malore per il caldo.

Pochi minuti dopo, però, la stessa automobile tornò indietro e ripartì verso l'ospedale trasportando altri feriti. Poi ancora una corsa.

A quel punto cominciò a diffondersi la voce: c'era stata una sparatoria e c'erano diversi morti.

Il Circolo dei Pescatori e i corpi a terra

Papa e due amici decisero di avvicinarsi alla zona. Intanto era cominciato il fuggi fuggi e le forze dell'ordine stavano isolando l'area.

Riuscirono ad arrivare nei pressi di via Bertone, poi tentarono un'altra strada passando dalla zona della chiesa di San Francesco e di via Filippini. Ovunque trovarono polizia, persone impaurite e una confusione difficile da descrivere.

Quando riuscirono ad avvicinarsi ulteriormente, videro il corpo di un uomo a terra e, poco distante, il Circolo dei Pescatori, all'interno del quale giacevano altre vittime. Fu allora che compresero fino in fondo la dimensione di ciò che era accaduto.

«Terrore e morte a Torre Annunziata»

Poi il ritorno a casa e la televisione accesa sul telegiornale delle 13.30.

La strage di Torre Annunziata era diventata in poche ore una notizia nazionale. Nei giorni successivi il nome della città sarebbe stato associato in tutta Italia a parole come camorra, mattanza, clan, droga e guerra criminale.

Antonio Papa ricordava nel suo articolo quanto fosse stato doloroso per i torresi vedere improvvisamente la propria città raccontata quasi esclusivamente attraverso quella tragedia. Seguirono mesi e anni difficili anche dal punto di vista psicologico. E appena un anno più tardi, nel settembre 1985, sarebbe arrivata un'altra ferita destinata a entrare nella storia della lotta alla camorra: l'assassinio del giornalista Giancarlo Siani.

Una strage dentro la guerra di camorra

La strage di Sant'Alessandro non fu un'esplosione improvvisa e inspiegabile di violenza. Arrivò nel pieno della ridefinizione degli equilibri criminali campani dopo la guerra contro la Nuova Camorra Organizzata.

Il clan Gionta aveva acquisito un peso crescente a Torre Annunziata e nei traffici illeciti dell'area. Le tensioni con gli altri schieramenti criminali erano progressivamente aumentate fino a sfociare nella sanguinosa resa dei conti del 26 agosto.

Quella mattanza sarebbe rimasta nella storia con diversi nomi: strage di Torre Annunziata, strage del Circolo dei Pescatori e, soprattutto, strage di Sant'Alessandro, dal santo celebrato proprio il 26 agosto.

Quarantadue anni dopo, il dovere della memoria

Sono trascorsi 42 anni, ma per chi quella domenica c'era il ricordo non appartiene soltanto agli archivi giudiziari o alle pagine ingiallite dei giornali. Appartiene alla memoria di Torre Annunziata.

Ricordare oggi la strage di Sant'Alessandro significa soprattutto impedire che il trascorrere del tempo trasformi una delle pagine più drammatiche della città in una semplice ricorrenza. Significa spiegare anche alle generazioni nate molti anni dopo cosa accadde, quale prezzo pagò Torre Annunziata e quanto devastante possa diventare il potere criminale quando riesce a impossessarsi di un territorio.

Negli anni successivi arresti, indagini e processi colpirono duramente le organizzazioni camorristiche. Ma Antonio Papa concludeva il suo racconto con una considerazione che conserva ancora oggi tutto il suo significato: il 26 agosto 1984 resterà a lungo impresso nella memoria dei torresi.

A quarantadue anni di distanza, quella memoria non va semplicemente conservata. Va trasmessa.

Il racconto originale di Antonio Papa pubblicato da TorreSette nel 2021

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