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Tra storia e leggenda, le origini della Festa San Valentino

Tra storia e leggenda, le origini della Festa San Valentino

La poesia dedicata agli innamorati scritta dall'anonimo oplontino

Aggiornato il (2 minuti di lettura)
A cura della Redazione

L'origine della festa degli innamorati è il tentativo della Chiesa cattolica di porre termine ad un popolare rito pagano per la fertilità.

Fin dal quarto secolo a. C. i romani pagani rendevano omaggio, con un singolare rito, al dio Lupercus.

I nomi delle donne e degli uomini che adoravano questo Dio venivano messi in un'urna ed un bambino estraeva i nomi, opportunamente rimescolati, creando coppie che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità affinché il rito della fertilità ed il Dio fossero onorati, rito che un anno più tardi si sarebbe celebrato nuovamente con la creazione casuale di altre coppie.

Gli antichi Padri della Chiesa, considerando immorale questa vecchia pratica, cercarono un Santo "degli innamorati", per sostituire il libertino Lupercus.

Venne così trovato un candidato possibile in San Valentino, un vescovo che era stato martirizzato circa duecento anni prima.

A Roma, nel 270 d. C. il Vescovo Valentino di Interamna, fu arrestato dall'imperatore Claudio il Gotico per persuaderlo ad abiurare ed a ritornare al paganesimo, però Valentino non solo rifiutò di rinunciare alla sua Fede, ma tentò pure di convertire Claudio al Cristianesimo, senza riuscirci, dato che la storia sostiene che il 24 febbraio 273 Valentino fu messo a morte.

La leggenda narra che mentre Valentino era in prigione in attesa dell'esecuzione, si innamorò, ricambiato, dalla figlia cieca del guardiano, Asterius.

Valentino, con la forza della sua fede, restituì miracolosamente la vista alla fanciulla e, al momento dell'addio, prima della lapidazione e della successiva decapitazione sulla Via Flaminia, le lasciò un messaggio d'addio, firmandosi "dal vostro Valentino"... frase che sopravvisse al suo autore. 

(dal sito settemuse.it)

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LA POESIA

Na voce nammurata,

ma nammurata assaie,

è chella che quanne a siente

tu saje che allora è ammore  overe!

Sta voce nammurata,

lla nammurata mia,

e chi l’aveva mai sentuta

primme che s’affacciasse

dinte ‘a sta vita che nun sapeva e vita.

A voce soja? T’arriva

comme nsertata d’èllera selvatica,

fresca e ‘nu ciato e viento,

cunsimile a menta  piperita.

Rossa, ma assaje chiù rossa ‘e nu core appassiunate

che tutto ‘o sanghe l’ha dato

a doje rose damascene.

E quanno po’ te canta na’ canzone

suspiranne chianu chianu dinte all’anema,

s’arrevotene pe ‘mmiria

‘mmiezo a lo mare pure le sirene.

Sta voce nammurata,

da nammurata mia?

Scurdatavella,

Nun è pe vuje...

Sule ‘o core mio sape overo comm’è.         

(Anonimo oplontino XVI secolo)

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