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Torre del Greco, i custodi della visione: il rigore e la luce nel teatro (e nel mare) di Aliberti e Pomposo

Torre del Greco, i custodi della visione: il rigore e la luce nel teatro (e nel mare) di Aliberti e Pomposo

Mostra fotografica sul mare nel città del corallo: chiude oggi all'aperto

(5 minuti di lettura)

C’è un’urgenza sottile che avvolge la bellezza quando questa è legata al tempo che fugge. Chi si trovasse a passeggiare oggi nell'area spiaggia del fronte del porto di Torre del Greco farebbe bene a soffermarsi nello spazio all'aperto: lì, in un perfetto dialogo con la linea dell’orizzonte, sono attualmente visibili le suggestive immagini afferenti al tema del mare di due autori a me particolarmente cari.

Si tratta di scatti rigorosamente in bianco e nero che catturano l’anima liquida e geometrica del nostro litorale. Peccato, però, che questa straordinaria esibizione si chiuda proprio oggi, lasciando un senso di preziosa transitorietà. Ma se la mostra all’aperto volge al termine, a restare impresso è il segno indelebile che questi due straordinari artisti continuano a tracciare nel mio personale percorso e nel panorama culturale.

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Esiste infatti una misteriosa linea di confine dove la realtà smette di essere pura documentazione e si trasforma in icona, memoria visiva, traccia nel tempo. Attraversare l’universo scarno, denso e poetico del teatro, e in particolare la drammaturgia di Samuel Beckett, richiede la stessa sensibilità necessaria a fotografare il silenzio-rumore del mare; un ossimoro visivo e sonoro che evoca immediatamente l’ossessione marina di Embers, dove la battigia diventa il limite estremo della coscienza.

Questa affinità elettiva, questa capacità di scavo interiore capace di tradurre l’attesa in ombra e il vuoto in luce, l’ho trovata proprio in Vincenzo Aliberti e Rosario Pomposo, maestri dell’immagine e storici, insostituibili collaboratori delle mie messinscene. Come non ricordare le intense immagini degli incontri internazionali di “Beckett in Rome” e “1906-2006: Omaggio a Samuel Beckett, la terra potrebbe essere disabitata”.

Il bianco e nero di Vincenzo Aliberti: l’eredità dello sguardo

Vincenzo Aliberti affronta la fotografia teatrale con la solennità di un rito. Eccezionale e rigoroso esperto del bianco e nero – qualità che emerge con forza dirompente anche nelle stampe marine esposte al porto –, Aliberti, dall’Accademia di Belle Arti di Napoli, prosegue la sua ricerca estetica nel solco tracciato dal suo amato maestro, Mimmo Jodice. Da lui eredita quella capacità metafisica di leggere i corpi e gli spazi, estraendo dal buio della scena una gamma infinita di grigi argentei e neri profondi, perfetti per l’ascesi beckettiana.

Nelle sue fotografie, la solitudine dell'Ultimo nastro di Krapp o l’immobilità sospesa di Improvviso dell'Ohio cessano di essere semplici momenti di uno spettacolo per farsi drammaturgia autonoma. Ogni contrasto, ogni ruga sul volto degli attori, ogni frammento di luce catturato nei testi brevi: Va e vieni, Dondolo o in Aspettando Godot e Testi per nulla, diventa un monumento all’essenzialità dell’esistere. Aliberti non “fotografa” il teatro: lo abita, ne metabolizza il respiro e lo restituisce fissato in una pellicola che sa di eterno.

Il rigore geometrico del tempo: la regia video di Rosario Pomposo

Se Aliberti è il custode dell’istante, Rosario Pomposo è il maestro del flusso temporale. Sensibile e raffinatissimo videomaker, Pomposo si forma attraverso una lunga formazione autodidatta sul campo, costruendo giorno dopo giorno la propria grammatica visiva sia nel cuore pulsante del teatro sia dietro l’obiettivo del cinema. Questa gavetta diretta e senza filtri accademici ha forgiato in lui un assoluto e prezioso rigore geometrico ed etico. Catturare il teatro in video è un’operazione rischiosa, che spesso rischia di appiattire la tridimensionalità del palco; Pomposo, al contrario, sfrutta la sua profonda conoscenza della scena per tradurre il linguaggio teatrale in puro cinema dello spirito.

Il suo sguardo non è mai invasivo. La macchina da presa si muove con una precisione geometrica che rispetta la severa partitura delle regie beckettiane, dove ogni pausa, ogni millimetrico spostamento dell'attore ha un peso specifico. Il rigore – soprattutto in sede di montaggio – di Pomposo non è freddezza, ma massima concentrazione espressiva: i suoi filmati restituiscono intatta la vibrazione emotiva dell’istante teatrale, offrendo allo spettatore una prospettiva privilegiata, un dialogo ravvicinato e segreto con i personaggi.

Dal silenzio della “bombetta” al mito: lo straordinario reportage di Pompei (1999)

Il culmine di questo sodalizio artistico a tre ha trovato la sua perfetta espressione nel memorabile reportage delle mie messinscene di Medea (Euripide) e Antigone (Sofocle), tenutesi nel suggestivo scenario dell’Anfiteatro di Pompei nel 1999. In quel contesto archeologico primordiale, dove le pietre millenarie dialogavano con la ferocia e la purezza del mito classico, Aliberti e Pomposo hanno compiuto un autentico capolavoro visivo.

Le immagini storiche di quel reportage – che ancora oggi colpiscono per potenza e audacia compositiva – mostrano una commovente sintonia tra la monumentalità dello spazio e la fragilità della carne umana. Il bianco e nero, unitamente al colore di Aliberti ha saputo scolpire i volti dei protagonisti come fossero reperti emersi dagli scavi, mentre i filmati di Pomposo hanno restituito il ritmo tragico del coro e l’eco solenne della parola antica che rimbalzava sulle gradinate di pietra.

In un’epoca saturata da immagini veloci e superficiali, il lavoro di questi due autori, mi piace ripeterlo, a me così profondamente cari, si staglia come un baluardo di resistenza culturale. Che si tratti delle onde immobili impresse sui pannelli al porto di Torre del Greco o dei fantasmi beckettiani catturati sul palcoscenico, Vincenzo Aliberti e Rosario Pomposo non si limitano a registrare la memoria, ma continuano a reinventarla, regalandole una straordinaria, infinita seconda vita.

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