Il foyer della Casa Circondariale di Secondigliano già preannuncia l’esperienza che attende il pubblico: il canto lontano dei gabbiani, la passerella che scricchiola sotto i piedi, l’aria che sembra sospesa. Poi, finalmente, il teatro: nove uomini in scena, nove attori detenuti affiancati dai professionisti della compagnia La Nuova Comune (Deborah Di Francesco, Valentina Coppola, Josepha Pangia, Costanzo Salatiello, Francesco Barra, Alessio Palumbo, Stefano Coppola) e da esperti esterni (Stefania Romagna, Carlo Dini, Francesco Fele).
Quello a cui si assiste non è semplicemente uno spettacolo, ma un viaggio emotivo e sociale, un gesto civile che trasforma il carcere in un luogo dove la speranza diventa pratica concreta.
Il progetto e la compagnia dei detenuti
L’iniziativa nasce dal laboratorio di Teatro Sociale “Sotto il Segno di Caino”, attivo dal giugno 2024 nel reparto di alta sicurezza S4 Tirreno. Da questo laboratorio prende vita la compagnia dei detenuti, “Inonvolevanoscendere” un nome scelto con ironia dagli allievi stessi per sottolineare il superamento dello scetticismo iniziale. Attraverso i laboratori di recitazione, drammaturgia, scenografia, costumeria, audio-luci e videomaking, 27 persone in detenzione hanno costruito non solo lo spettacolo, ma un percorso di crescita personale e collettiva, imparando a gestire tempi, ruoli e relazioni in uno spazio circoscritto come il palcoscenico.
Il progetto rientra in “E.P. – L’Eco del Tempo”, a cura de La Nuova Comune, sostenuto dal Ministero della Giustizia e dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e patrocinato dal Comune di Napoli, con l’obiettivo di valorizzare il teatro come strumento educativo e rieducativo. Lo stesso ha previsto anche l’organizzazione di tre convegni esterni dal titolo “Il teatro sociale come strumento di informazione, prevenzione ed educazione”, svoltisi presso l’Istituto Paolo Colosimo di Napoli, il Comune di Torre Annunziata e la Chiesa Emmanuel di Castellammare di Stabia, oltre alla messa in scena, all’esterno del carcere, dello spettacolo “Scetate Partenope”, che vede in scena i protagonisti Deborah Di Francesco e Marco Gregorio Pulieri e i professionisti de La Nuova Comune.
Spettacolo, convegni e attività teatrali all’interno della Casa Circondariale fanno parte di un unico percorso, pensato per creare un ponte di comunione tra il dentro e il fuori. Come ricorda Deborah Di Francesco, attice di Torre Annunziata, presidente de La Nuova Comune, responsabile del progetto e regista de E la nave non va, «Il teatro qui non è giudizio. È un’opportunità per chi è dentro e per chi è fuori, perché il vero cambiamento deve avvenire su tutti i fronti della società».
La stessa Di Francesco assieme al collega Costanzo Salatiello e gli attori detenuti firmano la drammaturgia de E La Nave non va, frutto di racconti e scritti degli allievi stessi.
Lo spettacolo
E la Nave non Va è una metafora potente: una nave ferma, un faro che appare e scompare, un tempo che non scorre in linea ma si ripete, un eterno ritorno di gesti e movimenti. Situazioni farsesche e surreali si alternano a momenti di estrema intensità emotiva. I personaggi si cercano e si respingono, vivono in uno spazio stretto ma carico di relazioni complesse, fino a quando il riso si spezza e prende il sopravvento la riflessione, tra solitudine, rimorsi e desideri di un futuro possibile. Il teatro diventa così spazio di possibilità: il pubblico assiste non a una performance isolata, ma a un cambiamento autentico, agito dai protagonisti stessi. Tanto che, alla fine, molti spettatori si sono dimenticati che sul palco ci fossero detenuti, pensando si trattasse solo di attori professionisti.
Momenti di emozione e gratitudine
Il finale regala uno dei momenti più intensi: i detenuti leggono a sorpresa una lettera agli operatori teatrali, esprimendo riconoscenza per l’esperienza vissuta. “Abbiamo capito che le tempeste arrivano per pulire le nostre strade… che dietro le nuvole splende il sole, e noi quel raggio di luce l’abbiamo trovato nei vostri occhi”, recita la lettera firmata da Inonvolevanoscendere.
Le dichiarazioni dei referenti del carcere sottolineano l’importanza dell’iniziativa: per il dott. Bruno Boccuni, capo area della sezione educativa della casa circondariale di Secondigliano, “l’esperienza teatrale ha mostrato come un’attività culturale strutturata possa incidere sui processi educativi, favorendo assunzione di responsabilità, collaborazione e continuità nel tempo, anche in un contesto complesso come quello penitenziario”.
La dott.ssa Anna Carcarino - funzionario pedagogico settore Alta sicurezza - evidenzia invece come “il lavoro scenico abbia permesso ai partecipanti di esercitare ascolto, disciplina e confronto, trasformando il tempo della detenzione in un’occasione di lavoro su di sé e sulle relazioni”.
L'acclamazione del pubblico
L’apice emotivo arriva con la standing ovation finale: tutti in piedi, applausi fragorosi, entusiasmo e commozione condivisa. È la prova che E la Nave non Va ha raggiunto il suo scopo: unire, emozionare e dimostrare che, anche in contesti difficili come il carcere, il teatro può funzionare davvero e che se lo si vuole, non è mai tardi per decidere di indossare “diverse vesti”. (C. Settesoldi)
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