Al Teatro Nexus, nel centro commerciale Maximall Pompeii di Torre Annunziata, ha preso vita, ieri sera, una delle commedie più sottili e affascinanti del grande Eduardo De Filippo: “Ditegli sempre di sì”. A guidare questo nuovo allestimento è il giovane e talentuoso Domenico Pinelli, attore di successo che, in questa occasione, affronta con coraggio e sensibilità anche la sua prima vera esperienza registica. Accanto a lui, sul palco, due interpreti di grande intensità come Mario Autore e Anna Ferraioli Ravel, protagonisti di una messinscena che riesce a fondere tradizione e innovazione con rara eleganza.
“Ditegli sempre di sì” è una follia che diventa specchio della società. Scritta nel 1927, la commedia di Eduardo conserva ancora oggi una forza straordinaria. La regia di Pinelli parte proprio da una lettura attenta delle diverse stesure dell’opera per costruire uno spettacolo moderno, sostenuto da un allestimento scenografico innovativo che dialoga con il testo senza tradirne l’anima. Al centro della storia c’è Michele Murri, interpretato dallo stesso Domenico Pinelli: un uomo che la società definisce folle, ma che in realtà incarna innocenza, lucidità e una forma di verità disarmante. La sua follia non è soltanto una condizione clinica, ma diventa simbolo di qualcosa di molto più profondo: l’ingiustizia subita da chi non rientra negli schemi della normalità stabilita dagli altri. Michele vede il mondo senza filtri, senza quelle barriere fatte di convenzioni sociali e moralismi che spesso determinano cosa sia giusto e cosa sbagliato.
Il manicomio, dal quale è appena uscito, non lo guarisce: semplicemente non riesce a riportarlo dentro quel sistema di regole e finzioni nel quale invece vivono, quasi protetti, i suoi familiari e i suoi amici. È proprio in questo continuo scontro tra due universi opposti che si sviluppa la vicenda: da una parte il mondo onirico, quasi fiabesco e senza confini della follia; dall’altra il rigido perimetro della morale sociale. Ne nasce una storia familiare tragicomica che, pur appartenendo alla Napoli di ieri, parla in modo sorprendentemente diretto anche al pubblico di oggi. Gli attori si muovono con grande naturalezza sul palco. La recitazione è fluida, veloce, incalzante. Il ritmo sostenuto dello spettacolo accompagna lo spettatore in un viaggio emotivo continuo, sollecitandolo a riflettere su ciò che accade in scena, che altro non è che il palcoscenico della vita stessa. Il divario tra normalità e follia emerge con forza: due condizioni dell’essere umano che spesso convivono sotto lo stesso tetto, negandosi a vicenda per sopravvivere. Ogni personaggio sembra lanciare un grido: “Si salvi chi può!”. Un grido che attraversa il tempo e che ancora oggi, purtroppo, non sempre viene ascoltato.
È proprio questa la grandezza di Eduardo De Filippo: la sua scrittura non appartiene ad un’epoca precisa, non ha tempo. I suoi personaggi sono vivi, attuali, profondamente umani. Le loro storie continuano a parlarci, a interrogarci, a metterci davanti alle nostre contraddizioni. Quando lo spettacolo giunge al termine, tra paure, rivelazioni e amare verità, ciò che rimane è il valore più profondo che Eduardo non smette mai di ricordarci: il legame familiare e affettivo. Un legame fragile, spesso messo alla prova, ma indispensabile per non perdere la strada. E mentre cala il sipario, lo spettatore porta con sé una certezza: la follia, forse, non è sempre dove pensiamo che sia. E il teatro, ancora una volta, ci ha regalato uno specchio in cui guardare la nostra umanità.
