A cura di Antonio Gagliardi

La pandemia da Coronavirus ha portato alla luce tantissime storie. Molte drammatiche, intrise di dolore e sofferenza. Ma ci ha fatto conoscere più da vicino anche tantissime “angeli” che, a rischio della propria vita, hanno fatto l’impossibile per salvare vite umane e alleviare le angosce di chi, in quei drammatici momenti, era da solo a combattere contro un male oscuro.

“Angeli” vestiti di bianco e il più delle volte avvolti in ingombranti tute con maschera, guanti, occhiali protettivi. Insomma, medici ed infermieri bardati come palombari.

«Da circa un anno il mio sorriso è coperto da uno spesso strato di “FFP2”. Ricordo come se fosse ieri la mattina in cui abbiamo dimesso ben 24 pazienti alla velocità della luce perché l’indomani il mio reparto di Medicina Interna doveva essere trasformato in Covid».

A parlare è Maria Rosaria Borriello, infermiera di 28 anni originaria di Torre Annunziata.  Lavora da quattro anni presso l’ospedale Maggiore di Parma ed è una dei tanti “angeli” che da quasi un anno si prodigano per combattere un male subdolo e alleviare le pene di chi ha avuto la sventura di essere infettato dal virus. Una bella ragazza alla quale non manca mai il sorriso sulle labbra, nonostante le brutture a cui ha dovuto assistere in questi ultimi dodici mesi. Un sorriso che, una volta indossata la maschera, scompare per trasferirsi al cuore, ma che ricompare sul volto quando la dura giornata di lavoro volge al termine.

«Ma se qualcuno dovesse chiedermi di immaginare un altro lavoro non saprei e non vorrei sceglierne uno diverso dal mio – afferma Maria Rosaria -. Mi sono laureata nel novembre del 2015, dopo un percorso di studi durato tre anni durante il quale, dal lunedì al sabato, prendevo la Circumvesuviana alle 05,40 per recarmi ad Avellino a studiare. Grazie ai mezzi di trasporto ogni giorno sapevo a che ora sarei uscita ma non a che ora sarei rientrata a casa. Negli stessi anni lavoravo per mantenermi agli studi e molto spesso erano le ore notturne ad accompagnare la preparazione dei miei esami perché durante il giorno non avevo tempo. Nonostante ciò sono riuscita a laurearmi in tempo e con ottimi risultati. Ma se non avessi amato quello che poi sarebbe stato il mio futuro lavoro, mi sarebbe risultato tutto più difficile. Quando ho scelto di intraprendere questo percorso universitario mi sono ripromessa che il mio obiettivo non doveva essere solo assistere il paziente ma donare ogni giorno un sorriso a chi, tra quelle bianche pareti ospedaliere, stava attraversando un brutto momento».

Maria Rosaria fa parte di quella folta schiera di ragazzi del Sud che per trovare un’occupazione stabile sono costretti ad emigrare al Nord, depauperando quella che è la nostra migliore risorsa: la forza lavoro.

E’ un fiume in piena, ci parla dell’approccio avuto con questa malattia, le sue paure, i suoi sentimenti, i suoi timori, le sue speranze.

«Sono stata la prima a pensare che si trattasse di una semplice influenza – prosegue - e che non sarebbe mai arrivata dalla Cina all’Italia. Invece mi sbagliavo...  Ci hanno mostrato dei tutorial per imparare a vestirci con “i tutoni”, ma soprattutto a svestirci perché il rischio di infettarci era altissimo e non potevamo permetterci di sbagliare. Il mio primo giorno nel reparto Covid mi è sembrato un film di fantascienza. Ogni passo fatto con la tuta valeva dieci passi. Le gocce di sudore scendevano lungo la schiena e sulla fronte, con il respiro corto dietro la mascherina e la visiera che si appannava continuamente. I segni che a fine turno mi ritrovavo sul viso non mi facevano riconoscere allo specchio. Quasi mi vergognavo, anzi avevo paura di vedere il mio volto riflesso. “Mamma non ti preoccupare, metto un cerotto al naso e il dolore è sopportabile”, era diventata la bugia bianca ricorrente a telefono con mia mamma».

Nella vita ci sono casi in cui è necessario non far trapelare la paura. E la pandemia da coronavirus è uno di questi.  

“I pazienti entravano in reparto con la febbre alta e il fiato corto riprende Maria Rosaria -. Non c’erano limiti di età, non c’era differenza fra sesso e razza. L’unica cosa che li accumunava era il terrore negli occhi.  Anche la nostra paura era grande ma non potevamo permetterci di farla trapelare. La mascherina era una difesa non solo per questo nuovo mostro sconosciuto, ma anche per noi stessi perché si potevano nascondere le lacrime che scendevano come fiumi. Ricordo ogni singolo paziente, ogni dettaglio e la paura che non ti lasciava mai, neppure per un istante. In un letto di ospedale dove non è importante il lavoro che fai, quanto è bella la tua casa o se hai l’ultimo smartphone, l’unica cosa che i pazienti chiedevano era rivedere i loro parenti. Ed è lì che capisci che le cose che magari prima davi per scontato, tanto scontato poi non lo erano. Mi sono ripromessa di non rimandare più un abbraccio prima di uscire di casa, di non aspettare per quel bacio perché magari “posso darlo dopo”, di dire un po’ più spesso” ti voglio bene” perché magari non c’è poi tutto questo tempo e non posso sprecare nemmeno un secondo. Mi sono ripromessa di non aspettare più niente, di non perdere più tempo per arrabbiarmi o litigare, ma di svegliarmi ogni giorno e godermelo in ogni minuto.

Non vedo la mia famiglia da quasi un anno. Le chiamate e le videochiamate sono aumentate ma nulla può darmi lo stesso calore di un abbraccio. Vedere le immagini di persone che nonostante tutto escono senza rispettare le norme, sentire lamentarsi perché non se ne può più ad indossare la mascherina mi fa molta rabbia. Più sento queste cose e più rivivo quegli attimi in reparto. Il Covid ha insegnato qualcosa un po’ a tutti! C’è a chi ha tolto tanto e a chi ha dato tanto. Non bisogna permettere che questa guerra senza armi vada avanti senza lasciarci un insegnamento”.

Poi Maria Rosaria affronta la questione della vaccinazione, l’unica arma per fronteggiare la malattia e per farci tornare a quella normalità che oggi ci manca tanto.

“Ho deciso di vaccinarmi perché l’unica cosa che ci resta è la speranza e la fiducia nella medicina – conclude la nostra bella infermiera -. Amo il mio lavoro, lo svolgo con passione e credo profondamente nella scienza. Ho deciso di vaccinarmi per la mia famiglia, i miei amici, i miei pazienti e per me stessa. L’ho deciso perché non voglio più avere paura. L’ho deciso perché voglio ritornare a mostrare il mio sorriso senza doverlo coprire con la mascherina. L’ho deciso perché un abbraccio è l’unico posto in cui ognuno di noi può sentirsi davvero al sicuro”.

Spesso ti giri intorno e ti fai assalire dallo sconforto quando vedi che non tutto va come vorresti che andasse. Poi basta una chiacchierata al telefono con una ragazza che vive a centinaia di chilometri da te, percepire dalla sua voce la passione con cui svolge il suo lavoro, l’entusiasmo che ci mette quotidianamente per affrontare situazioni complicate, le considerazioni profonde nonostante la sua giova età, e capire che il futuro non è proprio così buio come spesso ci viene raccontato.