Il 2026 si apre con la notizia che il Prefetto di Napoli ha disposto l’arrivo della Commissione di accesso al Comune di Torre Annunziata. In tale caso, potrebbe anche (se ci si imbattesse in ombre) venire avviato l’ennesimo scioglimento del Consiglio, cui seguirebbe una fase anch’essa già sperimentata di commissariamento amministrativo. Inutile, perché i politici possono anche cambiare, ma se non si allontanano da palazzo Criscuolo o da altri luoghi di governo locale i mestatori nel torbido, con ruoli formali e non, nulla di buono può venirne.
Da questo giornale apprendo che i motivi del provvedimento consisterebbero nel tentativo di cambiare l’itinerario della processione della Madonna della Neve, allungandolo e quindi incrociando vie e edifici in cui abitano elementi di famiglie camorriste, nei pressi delle cui dimore si temeva il verificarsi di “inchini”, ossia di soste del corteo tradizionale in loro omaggio e nella presenza in riunioni al Comune di staffisti del sindaco, la cui nomina era da parte sua in corso, per cui alcuni avrebbero partecipato ad attività istituzionali senza averne titolo (gli episodi risalgono infatti ai primi tempi dopo le elezioni). Da qui, l’indagine si allargherà al riesame di tutte le deliberazioni consiliari e di giunta.
A fine d’anno, invece, ha rassegnato le dimissioni il consigliere comunale di Castellammare di Stabia Sandro Ruotolo, che è anche parlamentare europeo dell’area schleiniano-sarraciniana del PD, espressione insomma di quel “campo largo” del centrosinistra che ha vittoriosamente sostenuto la candidatura alla presidenza regionale di Roberto Fico, per non avere l’amministrazione fatto argine alla camorra, a suo dire, come dimostrano la presenza sul palco dei festeggiamenti pubblici per l’ottima annata della squadra di calcio delle “vespe” di elementi contigui alla camorra, che infatti avevano preso in carico la gestione di servizi ― parcheggi, bar e altro ― dello stadio “Menti”, e la presunta (per rispettare la legge dobbiamo scrivere così) vicinanza al malaffare organizzato anche di uno o due eletti in liste civiche di maggioranza, prontamente allontanati dal sindaco e ora l’uno dimessosi, l’altro passato all’opposizione.
C’è da trasecolare e da vacillare nella propria fede, da parte di chi ben conosce i sindaci delle due città ― l’oplontino Corrado Cuccurullo e lo stabiese Gigi Vicinanza ― e se ne ritiene amico.
Torre e Castellammare sono città confinanti, unite da un antico splendore economico intaccato da più recenti momenti di lunga crisi, in parte nascosti dalla “scoperta” del turismo a rimpiazzare il segno meno in altri campi. Sono confinanti, ma la contiguità si traduce anche in un orientamento politico-amministrativo spesso (e certo oggi) analogo e da momenti di cooperazione (per esempio, a lungo la senatrice Ersilia Salvato, poi sindaca stabiese, veniva eletta nel collegio che comprendeva la città vicina; un assessore di Cuccurullo risiede in quella protetta da san Catello), essendo altresì ben collegate da due antiche ferrovie locali, almeno una delle quali ora finalmente in ammodernamento e da una più recente litoranea.
Identici anche i problemi nel rapporto con la malavita organizzata, perché entrambe vedono presenti clan di famiglie che appartengono a questo tipo di interessi oscuri ed escono da recenti scioglimenti delle loro amministrazioni elettive, da essi condizionate.
Le due comunità si sono, per risalire la china (anche di perdita di immagine), affidate ad altrettanti candidati a sindaco del centrosinistra che sono professionisti di successo nei rispettivi campi, ossia un professore universitario di formazione bocconiana e un giornalista di notorietà e impegno nazionali, che hanno costruito le loro carriere lontano dalla Campania e da legami imbarazzanti per un pubblico amministratore.
L’elettorato ha risposto: a Torre il centrodestra aveva contrapposto un candidato che aveva in precedenza corso per le primarie del centrosinistra lui pure e poi ha fatto harakiri perché intercettato a offendere specializzandi universitari che avrebbe dovuto invece formare e ha gettato la spugna già tra il primo e secondo turno; quello stabiese ― se non ricordo male ― è stato doppiato nei consensi.
Sul Corriere del Mezzogiorno Antonio Polito, che a Castellammare è nato e ha vissuto fino al completamento del liceo, imputa il mancato controllo completo della città da parte dell’amministrazione al proliferare delle liste civiche, naturali veicoli di microinteressi, alcuni anche molto opachi. Io stesso non sono un loro tifoso per principio, ma questo moltiplicarsi dipende dalla crisi dei partiti storici e anche dal veleno frazionistico che si è in essi insinuato. Nel PD, in particolare, lo spirito di fazione e contrapposizione è evidente al centro, arriva nelle Regioni (Campania docet), come si potrebbe immaginare di tenerne indenni le città? Infatti esso a Torre Annunziata è spaccato da tempo e nemmeno Castellammare fa in questo eccezione: chissà poi quanta gelosia e invidia professionale agiscono quando il conflitto è tra giornalisti dello stesso campo, ma di affiliazione correntizia differente, o quale calcolo politico meschino è all’opera in chi (da socio della medesima coalizione) si affretta a prenderne le distanze, confidando con notorio giustizialismo manettaro di lucrare consenso nella competizione interna alla maggioranza.
Partecipazione e livelli più alti di legalità dei comportamenti non si recuperano peraltro mai di colpo, quando vizi annosi e abbassamento del costume civico li hanno messi in pericolo o feriti per troppo tempo. Non vorrei che, alla lunga, le persone perbene ― non solo i due sindaci ricordati, che erano stati chiamati dalla vox populi al loro impegno mentre facevano tranquillamente e bene altri mestieri e avevano risposto con generosità, ma anche chiunque voglia cimentarsi con i problemi della propria città per passione civile ― dovessero concludere che non vale la pena farsi il sangue amaro e mettere a repentaglio salute e buona fama, che insomma tutto è inutile, perché le cose non cambieranno mai.
Tenere fermo il timone, governare la barca e condurla in porto. Non scappare, non ascoltare (né fare) pettegolezzi, non sentirsi migliori di altri, concentrarsi sui propri compiti. Questo tocca e su tali obiettivi tutti saranno giudicati: eletti dal popolo e organi tutori.


