La chiusura dello Spolettificio procede, giorno dopo giorno, tra l’indifferenza e un silenzio istituzionale che pesa quanto una sentenza. Nelle ultime settimane abbiamo raccontato lo stato di agitazione del personale dello stabilimento militare, l’incontro in Prefettura con la partecipazione del Prefetto, dei vertici dell’Agenzia Industrie Difesa e delle organizzazioni sindacali, e infine il tavolo romano del 25 febbraio scorso tra Aid e sindacati.
Eppure, al di là della prevedibile protesta delle sigle sindacali – in particolare della Cisl Fp – non si è registrata alcuna presa di posizione da parte di partiti locali, amministratori e sindaco di Torre Annunziata. Un silenzio assordante, come se a chiudere fosse l’ennesimo negozio di quartiere e non uno stabilimento militare con quasi quattro secoli di storia, le cui origini risalgono al 1652, quando nella città vesuviana fu costruita la Regia Polveriera.
Negli ultimi decenni, nell’immaginario collettivo, lo Spolettificio è stato progressivamente dipinto come un corpo estraneo: un ente inutile che occupava oltre 80mila metri quadrati di suolo cittadino senza produrre benefici per la comunità. Come se garantire lavoro a circa 600 dipendenti fosse un dettaglio trascurabile.
Una visione che, evidentemente, ha attecchito anche ai vertici del Ministero della Difesa, prima, e dell’Agenzia Industrie Difesa, dopo, subentrata nella gestione dello stabilimento nel 2001. Dopo la dismissione della produzione della bomba a mano SRCM – l’artifizio simbolo del servizio di leva obbligatorio, abolito dal 1° gennaio 2005 – e del ripristino delle spolette, si è tentato di riconvertire l’attività produttiva. Prima con la demolizione degli automezzi delle Forze Armate per il recupero di componenti, poi con produzioni secondarie come la dematerializzazione dei documenti e la distruzione e demilitarizzazione di armi. Attività che, tuttavia, non hanno mai garantito un futuro solido allo stabilimento né il mantenimento dei livelli occupazionali raggiunti nel 1981, quando avvennero le ultime assunzioni con la legge 285 del 1977.
Col passare degli anni, il pensionamento naturale del personale e l’assenza di turn over hanno svuotato progressivamente lo Spolettificio, privandolo di competenze e professionalità maturate in decenni di lavoro. È così che è iniziata una lunga e lenta agonia, consumatasi nel disinteresse diffuso di istituzioni locali, sovracomunali e, troppo spesso, degli stessi sindacati.
La contraddizione più evidente emerge oggi, alla luce delle richieste della NATO, che spinge i Paesi membri a portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035. A fronte di un investimento colossale – e legittimamente discutibile – il Ministero della Difesa sceglie di chiudere uno dei suoi stabilimenti militari, proprio quello di Torre Annunziata, in un territorio già segnato da una grave crisi occupazionale.
L’Agenzia Industrie Difesa giustifica la dismissione con la decisione del Ministero della Difesa di cedere parte dell’area al Ministero della Cultura, per l’ampliamento del Parco Archeologico di Pompei, e all’Arma dei Carabinieri (protocollo del 2023). Ma gli scavi della Villa di Poppea sono già in corso e interesseranno solo una porzione limitata dell’area, quella confinante con via Sepolcri, mentre ai Carabinieri verrebbe assegnata (ma quando?) la Real Fabbrica d’Armi, estranea al cuore industriale dello stabilimento.
Resta allora la domanda centrale: quale sarà il destino della restante area industriale, che occupa la maggior parte degli 80mila metri quadrati dello Spolettificio, con sei grandi capannoni, uffici, magazzini e la palazzina della direzione generale? In assenza di una programmazione chiara e di una visione concreta – che oggi non esistono – il rischio è quello di ritrovarsi presto davanti all’ennesima ferita urbana, simbolo di degrado e abbandono.
È questo il futuro che si vuole per Torre Annunziata? È questa la scelta di sindaco, amministratori e partiti politici? Perché nessuno alza la voce di fronte all’ennesimo torto inflitto a una città già duramente provata, lasciando i sindacati soli a combattere una battaglia dal finale che sembra già scritto? Il problema non sono gli attuali 30 lavoratori che saranno sicuramente ricollocati alla vicina Maricorderia di Castellammare di Stabia, ma la cancellazione di una storica unità produttiva che nel corso dei secoli ha occupato migliaia e migliaia di lavoratori. E per di più senza garanzie certe per il futuro dell'area.
Insomma, un silenzio imbarazzante, che solleva più di un interrogativo sull’amore e sull’attenzione che la classe dirigente locale riserva davvero alla propria città.


