Mai generalizzare. Soprattutto quando si parla dei giovani. Perché accanto a chi scambia la prepotenza per forza e il mancato rispetto delle regole per libertà, esiste un'altra generazione. Quella che studia, lavora, fa sport, osserva ciò che accade intorno a sé e, soprattutto, è ancora capace di indignarsi.
A ricordarcelo è Raffaele Giannone, giovane di Torre Annunziata, che ha affidato alla sua pagina Facebook una lunga riflessione dopo alcuni degli episodi che negli ultimi giorni hanno alimentato il dibattito sulla sicurezza e sul senso civico in città.
Non è uno sfogo contro Torre Annunziata. È esattamente il contrario: la critica di chi sente di appartenere alla propria città e proprio per questo non vuole rassegnarsi al suo degrado.
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«No, non fanno tutti così»
Raffaele parte dagli ultimi fatti che hanno fatto discutere: gli insulti rivolti a una concittadina atleta, le aggressioni alle donne, fino all'episodio dell'uomo che ha danneggiato a colpi di trave l'auto della Polizia Municipale e aggredito un agente.
Ma guarda anche a quei comportamenti quotidiani che difficilmente conquistano le pagine della cronaca e che, tuttavia, raccontano un progressivo impoverimento del senso civico. L'esempio è quello della villa comunale, dove ragazzi a bordo di mezzi elettrici sfrecciano tra bambini, anziani e famiglie. Ed è significativo che a denunciarlo sia proprio un giovane.
«Lo dico da ragazzo, quindi non voglio fare la morale a nessuno. Anch'io sono giovane, anch'io voglio uscire, divertirmi e stare con i miei amici. Ma una cosa è divertirsi, un'altra è non avere rispetto per chi ti sta intorno», scrive Giannone.
Il problema, secondo il giovane oplontino, va oltre il rispetto formale di un regolamento. È qualcosa di più elementare: accorgersi che «dall'altra parte ci sono persone». Una considerazione semplice che conduce al passaggio probabilmente più forte della sua riflessione: «Ci stiamo abituando troppo facilmente a vedere cose che non dovremmo considerare normali».
Poi tre frasi che dovrebbero impedire qualsiasi facile generalizzazione: «No. Non fanno tutti così. E soprattutto non siamo tutti così».
L'altra faccia dei giovani di Torre Annunziata
È proprio questo il punto che merita di essere sottolineato. Quando un gruppo di ragazzi si rende protagonista di comportamenti incivili, è facile estendere il giudizio a un'intera generazione. Ma sarebbe profondamente ingiusto.
C'è un'altra Torre Annunziata, spesso molto meno rumorosa. «Io conosco ragazzi che studiano, lavorano, fanno sport, aiutano le proprie famiglie e che magari ogni giorno cercano semplicemente di costruirsi qualcosa», scrive Raffaele.
Giovani che non finiscono nelle cronache, che non diventano protagonisti dei video sui social, ma che rappresentano una parte importante della città.
Per questo Giannone rifiuta anche l'idea che essere giovani possa diventare una sorta di attenuante dell'irresponsabilità: «Essere giovani non significa essere irresponsabili. E rispettare gli altri non ci rende meno liberi, meno forti o meno divertenti».
Responsabilità individuali, ma anche regole da far rispettare
La riflessione, però, non assolve le istituzioni dalle proprie responsabilità. Non tutto può essere affidato alla buona volontà dei cittadini. «Chi ha il compito di garantire sicurezza e rispetto delle regole deve esserci, soprattutto nei luoghi dove queste situazioni si ripetono. Perché se una regola esiste, deve essere fatta rispettare», sottolinea il giovane. Responsabilità individuale e presenza delle istituzioni devono dunque procedere insieme.
Ma Giannone propone anche di rovesciare una domanda che ricorre spesso quando si parla dei problemi di Torre Annunziata. Non soltanto chi deve intervenire?, ma anche: «Io, nel mio piccolo, cosa posso fare per non peggiorarlo?».
«Torre Annunziata non è una città perduta»
È nel finale che il post assume quasi la forma di una dichiarazione d'amore verso la propria città. Un amore tutt'altro che cieco, perché riconosce problemi e contraddizioni.
«Amare una città non significa dire che va tutto bene», scrive Giannone. Significa anche avere il coraggio di criticarla e pretendere qualcosa di diverso. E soprattutto significa rifiutare l'etichetta di città senza speranza. «Io sono un ragazzo di Torre Annunziata e, nonostante tutto, questa città la sento mia. E proprio per questo non voglio arrendermi all'idea che sia una città perduta. Non lo è».
Forse è proprio questa la parte più significativa della sua riflessione. Perché dimostra che i giovani di Torre Annunziata non sono tutti uguali e che sarebbe sbagliato giudicare un'intera generazione attraverso i comportamenti di una minoranza. Dall'altra parte della barricata ci sono ragazzi che osservano, ragionano, criticano i propri coetanei quando serve e rivendicano il diritto di non essere confusi con chi considera l'inciviltà una forma di libertà.
Raffaele chiude il suo messaggio con due parole che, in fondo, contengono anche una possibile risposta ai tanti problemi della città: «Partendo da noi».
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