L’ultimo nastro di Krapp diretto da Roberto Andò, e interpretato da Renato Carpentieri al Teatro Mercadante di Napoli, si rivela un’operazione visivamente curata, ma strutturalmente carente di quella necessaria e pregnante intimità originariamente concepita da Samuel Beckett.
Andiamo con ordine, analizzando la messinscena alla luce della storica traduzione di Carlo Fruttero indicata nel programma di sala. Sin dal primo impatto scenografico emerge una radicale distanza dal testo: non si percepisce la “tana di Krapp”, ovvero quel rifugio claustrofobico e asfittico in cui si consuma l’isolamento di un uomo bloccato nei propri fallimenti.
La scena e il disegno luci, curati da Gianni Carluccio, si aprono su un tavolo posto dinanzi a uno schermo che proietta una finestra i cui vetri sono rigati da una leggera pioggia. Si tratta di una scelta visiva indubbiamente romantica e suggestiva, che finisce però per dilatare lo spazio lirico a discapito di quello drammatico. Il disordine mentale, fisico e materico di Krapp viene così estetizzato, riducendosi a una malinconia filmica fin troppo edulcorata e patinata per l’agghiacciante ferocia del teatro beckettiano.
Una volta sollevato lo schermo, l’allontanamento dal rigore dell’autore si mostra ancora più evidente. Krapp appare in piedi, immobile dietro la sedia, violando la postura seduta e ripiegata su di sé tassativamente prevista da Beckett. Una violazione ripetuta alla fine, quando l’attore ritorna dietro alla sedia, distante dal suo amato-magnetofono.
L’azione del personaggio – che l’originale vincola a una lunghissima, ferrea e dettagliata didascalia ricca di micro-gesti, sguardi fissi e gag sospese tra il tragico e il clownesco – viene qui ampiamente mutata, ridotta e in parte cancellata. L’estetica minimalista ed elegante della regia finisce per sottrarre drammaticità al testo, privandolo di oggetti ed elementi visivi fondamentali per l’azione. Mancano, infatti, il mazzo di chiavi e le serrature che dovrebbero custodire i due cassetti del tavolo, a sua volta penalizzato dall’assenza della luce zenitale.
Appare inoltre evidente che il mobile fosse dotato in origine di un terzo cassetto centrale, per l’occasione mascherato da una fila di rombi colorati che disturba non poco (ricordando che l’opera di Beckett ha specifiche peculiarità manichee). Altrettanto fastidiosi risultano i fragorosi tonfi sonori prodotti ogni volta che si riponevano oggetti sul tavolo o si aprivano e chiudevano i cassetti. Effetti sonori e illuminotecnici, lampada stroboscopica, fulmini e saette che ricordano fin troppo il Krapp di Robert Wilson.
In questo quadro, l’interpretazione di Renato Carpentieri si muove su un binario differente, quasi in contrasto con la levigatezza della regia. L’attore infonde al personaggio la dolente autorevolezza tipica della sua consolidata recitazione, lavorando sulla straordinaria densità della voce. Se l’allestimento di Andò tende a intellettualizzare e raggelare il dramma, Carpentieri tenta di restituirgli carne e profonda stanchezza esistenziale, assecondando la dimensione da “archivista del nulla”, ma faticando a esprimere appieno quell’intensa repulsione fisica, corporale e grottesca originaria.
La sua performance, indubbiamente magnetica e di notevole mestiere, finisce per assecondare il tono crepuscolare-filmico imposto dalla regia, trasformando il nastro magnetico da feticcio doloroso e violento della memoria a interpretazione di un addio rassegnato. Viene così smussato l'impatto di un’opera che dovrebbe invece ferire lo spettatore per la sua spietata e crudele nudità. Una condizione fortemente richiesta da Beckett, al punto che al termine dello spettacolo l’attore non avrebbe mai dovuto ritornare in scena per prendersi gli applausi, in quanto quel rito avrebbe interrotto e cancellato quanto appena visto e sentito.
Per contro, al Mercadante, oltre al bravissimo attore si sono presentati alla ribalta tutti: tecnici e regista. Anche su questo, cioè sulle chiamate finali, l’ortodossia del Maestro dell’Assurdo era irreprensibile: “C’est abominable".


