A cura di Nino Vicidomini

In questo periodo buio per il nostro Paese sono tante le domande che ci poniamo, ma le risposte sono poche e incerte. Per cercare di fare un punto della situazione abbiamo posto cinque quesiti chiave al dott. Valerio D’Antonio, biologo operante in un ospedale pubblico lombardo dove fin dall’inizio la pandemia da coronavirus ha creato seri problemi.

Dottore che cos’è questo coronavirus?

“I beta-coronavirus umani sono virus già ben noti per provocare affezioni respiratorie quali bronchiti e polmoniti virali. Sembra ormai appurato che la fonte di questo virus, chiamato SARS nCoV2 che provoca la malattia nota come COVID-19, sia stato un mercato ittico cinese nella provincia di Wuhan dove si vendono animali vivi e macellati ad uso alimentare. Tale virus ha analogie nella sua sequenza di DNA a un beta-coronavirus riscontrato nei pipistrelli, tuttavia non si esclude che nel passaggio all’essere umano ci sia stato un “ospite intermedio”.

Quali soggetti sono più a rischio?

“Da recenti studi è stato dimostrato che i bambini sono più resistenti; questa ipotesi è fondata sul fatto che in genere i bambini hanno meno malattie di base, i loro polmoni sono stati esposti per meno tempo al fumo e agli inquinanti ambientali e hanno una risposta immunitaria innata più attiva. Per quanto riguarda le donne gravide, non sono emerse differenze tra quelle infette e non infette sulla salute del neonato, quindi il virus fino a prove certe, non dovrebbe trasmettersi dalla madre al nascituro. E’ stato visto altresì che la maggior parte dei soggetti affetti è di genere maschile e sono particolarmente a rischio gli anziani e coloro che soffrono già di patologie respiratorie croniche, in particolare di broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)”.

A quanto ammonta il periodo di incubazione e quali sono i principali sintomi?

“E’ emerso che il periodo medio di incubazione è di 5 giorni, e i sintomi generalmente compaiono dopo 11 giorni dal contagio. Tutti gli studi concordano che febbre alta (sopra i 39°C) e tosse sono i sintomi principali, seguiti da spossatezza, inappetenza e talvolta diarrea".

Quali test vengono usati per confermare l’infezione e quanto le mascherine possono proteggerci?

“E’ stato appurato che la TAC del torace torna utilissima nella diagnosi precoce, ma il metodo di riferimento per confermare l’infezione resta la Real Time PCR, una tecnica di laboratorio medico, che permette di valutare la quantità di materiale genetico virale a partire da prelievi di materiale biologico con tamponi rinofaringei. Questo è molto importante poiché alcune persone inizialmente negative alla TAC si sono poi rivelate positive all’analisi PCR. In quanto alle mascherine, se intendiamo quelle chirurgiche, ossia quelle più utilizzate dalla popolazione generale, non ci sono prove certe che impediscano l’acquisizione del virus, tutt al più potrebbero ridurre leggermente la diffusione da un paziente infetto. Quelle ottimali sono risultate essere le N95 dette anche ffp3 poiché hanno una porosità tale da impedire al virus di attraversarle”.

“Cosa possiamo dire riguardo al periodo di quarantena e i rimedi che girano in rete?”

“Purtroppo i dati che arrivano riguardano più che altro la diffusione del virus e poco si conosce sulla sua infettività; fatto sta che la carica virale resta alta fino a 14-25 giorni dalla comparsa dei sintomi per cui in mancanza di ulteriori dati, bisogna rispettare un periodo canonico di 14 giorni di quarantena. Per quanto attiene i rimedi, come bere ogni 15 minuti per veicolare il virus nello stomaco o imbottirsi di vitamina C, ricordiamo che la vitamina C ha effetto sugli orthomyxovirus e sui rhinovirus (rispettivamente quelli dell’influenza e del raffreddore) e non sui coronavirus in quanto sono un genere diverso, né tantomeno si può pensare di dirottare il virus negli altri organi a nostro piacimento bevendo di continuo. Ad ogni modo il consiglio più sensato è quello di rispettare le disposizioni del Governo evitando di uscire se non per motivi di necessità, lavarsi frequentemente le mani, e soprattutto evitare di starnutire senza coprirsi le narici, poiché è stato visto che la carica virale è maggiore in questa sede”.