A cura di Massimo Corcione*

Belve o assassini brutali; cambiate pure la definizione, non muterà la sostanza: Maurizio è stato ucciso con una coltellata in pieno petto per aver difeso la figlia, e la città dove questa barbara esecuzione è avvenuta è riprecipitata all’inferno. Senza sconti, senza attenuanti. Tutto il passato è ripiombato addosso con il suo carico di violenza: siamo in un attimo tornati indietro nella storia. Ogni sforzo compiuto nel tentativo di emendarci è diventato inutile, vano. Il racconto consegnato da Maria Adriana, la figlia di Maurizio Cerrato, a una giornalista di Fanpage.it ha fatto il giro di tutti i servizi dedicati a questo assassinio senza ragione. “Papà è stato ucciso per avermi difeso” ha detto l’inconsolabile testimone di quest’omicidio che ricorderemo tra le pagine infinitamente tristi del nostro album della vergogna.

Una sedia piazzata a protezione di un posto parcheggio in piena strada pubblica, ma assolutamente riservato a chi sa chi, è stata rimossa dalla ragazza per far sostare la propria auto: può questa motivazione giustificare una reazione arrivata fino all’omicidio? La risposta è scontata, o meglio sarebbe scontata ovunque, ma non qui dove Maurizio è stato punito con la pena massima, la vita. Un’esistenza non può valere quanto un posto sfruttato per pochi minuti in una traversa della Circumvallazione di Torre Annunziata. Chi la pensa diversamente non può far parte della nostra civiltà: è un barbaro che non merita di appartenere alla nostra comunità.

Torre Annunziata è la nostra città, come lo era di Maurizio Cerrato e ancora lo sarà di decine di migliaia di torresi orgogliosi di farne parte. Tutti meno uno, l’assassino verso il quale è impossibile nutrire alcun sentimento che possa somigliare alla pietà. Quella coltellata, generata da violenza tragicamente miscelata con l’ignoranza, ha colpito in pieno petto tutti noi, ma solo la famiglia Cerrato resterà con un vuoto incolmabile. L’ingiustizia non sarà mai riparata da una sentenza. E questo lo sa anche Maria Adriana.