A cura di Domenico Gagliardi

Esisteva il culto di Iside nell'antica Oplontis a Torre Annunziata? Oplontis era una sorta di "città santa" per i devoti della dea egizia? A questa domanda ha provato a rispondere Arianna Santini, una studentessa romana (è originiaria di Amatrice, la città laziale sconvolta dal terremoto dell'agosto 2016), laureatasi all'Università La Sapienza di Roma - Dipartimento di Scienze dell'Antichità - il 10 luglio scorso, con una tesi dal titolo "Il culto di Iside ad Oplontis: indagini sui culti privati nel suburbio pompeiano".

Un tema, quello della venerazione della dea egizia anche nell'insediamento scavato a via Sepolcri, che continua ad appassionare studiosi nazionali ed internazionali, e cultori di storia locale. Tra questi ultimi, si segnala il contributo del prof. Ottavio Ferrini, che nel suo libro "Iside ad Oplonti" avallava l'ipotesi secondo cui la Villa di Poppea fosse in realtà un centro di culto dedicato alla divinità dell'antico Egitto.

Di parare opposto, invece, la neo dottoressa Santini. «Contrariamente a quanto è stato variamente sostenuto finora, non credo nell'esistenza di un luogo di culto dedicato ad Iside ad Oplontis poiché, essendo un suburbio, faceva capo ai santuari della città principale (Pompei, dove c'è un tempio di Iside, ndr) e l'evidenza archeologica smentisce ogni possibilità di ricondurre le strutture finora scavate ad una destinazione d'uso diversa rispetta a quella abitativa (Villa A) o abitativa e commerciale (Villa B)».

La giovane studentessa è stata a Torre Annunziata per diverso tempo, visitando il complesso archeologico di Oplontis e raccogliendo in tal modo dati ed informazioni utili alla sua indagine poi divenuto oggetto della tesi di laurea. «La mia argamentazione - spiega - si basa piuttosto su quello che hanno potuto raccontarmi gli effetti personali dei defunti che hanno trovato riparo negli Ambienti 10 e 15 della Villa B e su alcuni elementi della statuaria e della coroplastica provenienti dalla Villa A, disabitata al momento dell'eruzione e interessata da lavori di restauro. Mi sono soffermata sulle divinità femminile ritratte nei castoni di due bracciali in oro e all'apice dell'ago crinale in argento in quanto, a mio avviso, rappresenterebbero la Venere Pompeiana. Tale divinità assunse in sé i caratteri orientali giunti sulla costa campana e, nello specifico, a Pompei, grazie a Silla che, di ritorno dalla battaglia in Oriente contro Mitriade II nel 92 a. C., introdusse il culto della sua amata Venus Felix, la Venere Fortunata. Ho quindi ipotizzato di poter ricondurre a questo il momento in cui i caratteri di Iside, Venere e la dea autoctona romana Fortuna, si sono uniti a Pompei e da lì adottate anche ad Oplontis. Recano infatti gli stessi attributi più o meno presenti in tutti gli esempi conservati nei confini dell'Impero e anche oltre! La cornucopia, il timone, il copricapo, l'abbigliamento, la pettinatura e la posa, sono gli elementi che mi hanno permesso tali riconoscimenti. Per quanto riguarda la Villa A (quella di Poppea, ndr), mi sono soprattutto soffermata sull'iconografia del Fanciullo che gioca con l'oca, la treccina sulla nuca lo identifica come consacrato ad Iside, e numerosi sono gli esempi certi di raffronto nell'arte romana, sia a tutto tondo che a bassorilievo sui sarcofagi. Parlare delle antefisse a testa di Iside sarebbe stato troppo facile, ho quindi applicato sul busto di divinità femminile proveniente dal larario, lo stesso ragionamento fatto per i gioielli, ho cioè confrontato gli elementi a mia disposizione con gli elementi iconografici noti e, seppur con le dovute riserve, ho ipotizzato potesse trattarsi di un busto riconducibile ad Iside-Fortuna. Non sono moltissimi però i riferimenti all'Oriente e soprattutto ad Iside nel complesso delle villae oplontine, non può quindi trattarsi di strutture templari o ricettive di fedeli ed affini, quanto piuttosto di ricchissime dimore di romani ellenizzati con un occhio all'Oriente ma con radici fortemente identitarie, perfetto specchio della politica augustea». 

Dal passato al... passato. L'indagine della studentessa si è concentrata anche sulla (eventuale) relazione tra la dvinità egizia e la Madonna della Neve.

«L'ultima parte della mia tesi è a carattere etnografico - dice la Santini -. Ho infatti svolto delle ricerche e delle interviste circa quelli che sarebbero potute essere delle reminescenze del culto isiaco nel navigium della Madonna Nera (patrona della città di Torre Annunziata, ndr). Opinione diffusa è che la processione abbia avuto origine al momento del ritrovamento della cassa presso lo scoglio di Rovigliano. Ma ho intervistato anche delle persone di età maggiore di 50-60 anni che non ricordavano una partecipazione infantile al rito. Non avebbero mai potuto ricordarla, dato che è stata istituita ex-novo poco più di mezzo secolo fa. La devozione e la passione partecipativa dei torresi al culto mariano ha tramandato questa tradizione così efficacemente da aver reso diffcile scoprire il dato reale».

In ultimo, l'esperienza della studentessa testimonia ancora una volta come, nell'immaginario collettivo, Oplontis sia un insediamento dell'antica Roma pressoché sconosciuto ai più che, invece, si ricordano solo di Pompei ed Ercolano (tralasciando anche le Villae di Stabiae e i tesori archeologici di Boscoreale). «Fin da bambina ho sempre provato un affetto immotivato per le vittime di Pompei e non conoscevo Oplontis. Ho iniziato la tesi pochi mesi dopo il terremoto che ha distrutto la mia città, il 24 agosto 2016, lo stesso giorno che tradizionalmente veniva attribuito all'eruzione del Vesuvio del 79 d. C. finché i reperti paleobotanici oplontini e pompeiani non hanno spostato la datazione all'autunno. Se conosco bene i campani, non potevo assolutamente ignorare questa coincidenza e non ha fatto altro che rafforzare il mio entusiasmo con una nota di malinconia. Ho lavorato un intero anno su questa tesi, per me è stata una vera e propria avventura a Torre Annunziata, che è entrata nelle aule della mia università sorprendendo tutti».

Infine, i ringraziamenti per chi l'ha "guidata" in questa sua «avventura». «In questo viaggio torrese sono stata accompagnata dalla famiglia Angrisano, dal Centro Studi Storici Nicolò d'Alagno (presidente Vincenzo Marasco) e dal gentilissimo personale del sito archeologico di Oplontis. E' stata - ha concluso la studentessa - una esperienza indimenticabile, sul piano umano e professionale».

Per essere sempre aggiornato clicca "Mi Piace" sulla nostra pagina Facebook