Il Teatro Diana di Napoli ha accolto il pubblico in una serata densa di memoria, emozione e riconoscenza, interamente dedicata a Alighiero Noschese, artista unico e irripetibile, capace di attraversare epoche e personaggi con la sola forza della sua arte. Sin dall’ingresso, il foyer del teatro si è trasformato in un piccolo museo della memoria: cimeli, locandine storiche e ricordi personali hanno restituito al pubblico non solo la carriera, ma anche l’anima di Noschese. Un percorso intimo che ha preparato lo spettatore a ciò che sarebbe accaduto sul palcoscenico, dove il ricordo si è fatto racconto vivo.

Momento centrale della serata è stata la proiezione del documentario di Andrea Jelardi, “Alighiero Noschese, l’uomo dai mille volti”, un ritratto profondo che ha messo in luce non solo il talento straordinario dell’imitatore, ma anche le sue fragilità più nascoste. Noschese non imitava soltanto le voci: costruiva identità complete, fatte di gesti, sguardi, posture e sfumature psicologiche.

A rendere ancora più viva la serata, gli interventi di protagonisti e testimoni: Gino Rivieccio, promotore del Premio dedicato all’artista; Gustavo Verde, che ha condiviso aneddoti legati al padre Dino Verde; il giornalista e scrittore Gigi Di Fiore, che ha offerto uno sguardo attento sulla vita privata e pubblica dell’imitatore; Massimo Masiello, che ha emozionato il pubblico reinterpretando celebri sigle di Canzonissima; e Vincenzo De Lucia, erede ideale di quella tradizione, che ha portato sul palco alcune imitazioni in omaggio al maestro. Tra i racconti più evocativi, quello tramandato da Lucio Mirra, patron del Diana, che ha ricordato un Noschese giovane, brillante e sorprendentemente realistico, capace di confondere persino il pubblico come nell’episodio, ormai leggendario, dell’imitazione di Giulio Andreotti scambiato per il vero politico.

Eppure, al di là delle risate, degli applausi e della celebrazione del talento, l’intera serata è stata attraversata da un filo conduttore più profondo, quasi malinconico. Sul grande palcoscenico del teatro, infatti, è stata proiettata una frase di Enzo Tortora che ha risuonato come una chiave di lettura dell’intera esistenza artistica di Noschese: «L’unica imitazione che non riuscì a fare fu quella di un uomo felice».

Una frase sospesa tra omaggio e verità, che ha accompagnato ogni momento dello spettacolo, conferendogli una dimensione quasi teatrale nel senso più alto: quella in cui arte e vita si sfiorano fino a confondersi. Noschese, capace di diventare chiunque - da politici come Berlinguer e Cossiga, a icone dello spettacolo come Battisti, Bongiorno e Sordi - resta così una figura emblematica, simbolo di un talento straordinario e di una sensibilità profonda.

La serata del Teatro Diana non è stata soltanto una commemorazione, ma un atto d’amore. Un modo per restituire al pubblico non solo il ricordo di un grande artista, ma anche la consapevolezza della sua umanità, fatta di luci e ombre. Perché, come quella frase ci ricorda, dietro ogni maschera perfetta può nascondersi una verità che nessuna imitazione potrà mai raccontare fino in fondo.