E venne il giorno della mobilitazione di piazza. Qualche centinaio di persone si sono ritrovate davanti alla Basilica della Madonna della Neve per ascoltare l’intervento del sindaco dimissionario di Torre Annunziata Corrado Cuccurullo.

Un appuntamento dal forte valore simbolico e politico, organizzato all’indomani delle dure dichiarazioni del procuratore capo Nunzio Fragliasso e delle dimissioni del primo cittadino.

In precedenti articoli abbiamo già riportato sia il discorso pronunciato in piazza sia l’intervista rilasciata ai giornalisti presenti. Ma al di là delle parole del sindaco, la giornata lascia spazio ad alcune riflessioni politiche e istituzionali che meritano di essere approfondite.

Le parole del procuratore e la risposta del sindaco

Nel suo intervento pubblico durante la demolizione di Palazzo Fienga, Fragliasso aveva pronunciato parole molto severe sulla gestione amministrativa della città dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni camorristiche. Il procuratore aveva parlato di “troppe ombre”, “troppe opacità”, “contiguità con la criminalità organizzata” e perfino di “inermi inerzie e finanche illegalità in seno alla stessa amministrazione comunale”.

Cuccurullo, nel tentativo di sensibilizzare la cittadinanza, ha invece insistito sul fatto che quelle dichiarazioni avrebbero finito per colpire e marchiare l’intera città davanti all’opinione pubblica nazionale, quasi identificando Torre Annunziata come una città di camorra.

È probabilmente questo il punto centrale della sua strategia comunicativa: trasformare una critica istituzionale rivolta all’amministrazione in una questione identitaria che coinvolge l’intera comunità cittadina.

Il confronto istituzionale al centro della vicenda

Uno degli aspetti più sensibili dell’intera vicenda riguarda il modo e il contesto in cui sono state rese pubbliche le dichiarazioni del procuratore Fragliasso. Nel suo intervento, Cuccurullo ha contestato soprattutto la scelta di formulare valutazioni così dure in una cornice altamente simbolica e davanti a rappresentanti del Governo che dovranno pronunciarsi sul destino dell’amministrazione comunale.

Una posizione che, sotto il profilo dell’equilibrio istituzionale, pone un tema reale. La demolizione di Palazzo Fienga rappresentava un momento dal forte valore simbolico per Torre Annunziata e le parole pronunciate in quella occasione, anche per la presenza di autorità nazionali, hanno inevitabilmente assunto un impatto politico e mediatico ancora più forte.

Allo stesso tempo, però, il rischio è che l’attenzione finisca per concentrarsi più sulla sede e sulle modalità dell’intervento che sulla sostanza delle questioni sollevate. Il punto decisivo, infatti, resta capire se quelle valutazioni trovino riscontro negli atti amministrativi, nelle attività ispettive e nelle conclusioni della commissione d’accesso già inviate al Ministero dell’Interno.

Tra difesa della città e contraddizioni politiche

Il sindaco dimissionario ha costruito il suo intervento facendo leva soprattutto sulla difesa dell’immagine della città, rivendicando il lavoro svolto dalla sua amministrazione, la propria autonomia politica e personale e respingendo qualsiasi ipotesi di condizionamento.

Una linea che sul piano umano può risultare comprensibile, ma che sul terreno politico lascia aperti diversi interrogativi. Accanto alla denuncia del clima di delegittimazione, infatti, restano questioni e contraddizioni che il discorso non ha affrontato fino in fondo.

Nel suo intervento il sindaco ha descritto il Comune come una struttura amministrativa quasi allo sbando al momento del suo insediamento, arrivando a sottolineare persino l’assenza di un’aula consiliare adeguata. Un’affermazione che però presta il fianco a più di una osservazione.

L’attuale sede dei consigli comunali, infatti, è sostanzialmente quasi la stessa utilizzata da sempre. Semmai, in due anni di amministrazione, non si è riusciti a trasformarla in una vera aula istituzionale con arredi e strutture adeguate.

Inoltre, il racconto di una città completamente abbandonata sotto i precedenti governi di centrosinistra rischia di apparire parziale se confrontato con ciò che era realmente Torre Annunziata trent’anni fa: una città senza stadio, con una forte carenza di uffici comunali, senza tribunale, con pochi plessi scolastici e un impianto di illuminazione pubblica inadeguato. Il parco ex Cristo Re e Villa Parnaso, con l’attraversamento strategico per collegare il centro della città con il mare, erano chiusi al pubblico, né esisteva la bretella del Lungomare Oplonti; il porto non era stato dragato, il quartiere Penniniello versava ancora nel degrado, il litorale era fortemente inquinato e sulla spiaggia della Salera si accumulavano migliaia di tonnellate di rifiuti. Mancavano inoltre il casello autostradale di Torre Nord, l’uscita di Torre Sud, i centri commerciali Maximall Oplonti e Maximall Pompeii, così come il forte sviluppo turistico rappresentato oggi da decine di B&B e case vacanza. In quegli anni, inoltre, lo spaccio di droga avveniva apertamente per strada.

Le responsabilità politiche

Cuccurullo parla della necessità di rinnovamento della politica cittadina, ma è stato lui stesso a compiere alcune scelte politiche oggi difficili da separare dal dibattito in corso. Infatti è stato lui a volere fortemente due figure politiche appartenenti al passato alla presidenza del Consiglio comunale e nel ruolo di capo staff. Anche se la tendenza a sostenere o esaltare acriticamente qualsiasi novità in ambito politico, culturale o sociale, ci porta spesso a considerare ciò che è nuovo migliore rispetto al "vecchio", anche se a volte la novità è solo apparente.

Nel suo intervento, inoltre, il sindaco attribuisce molte inefficienze amministrative a dirigenti, uffici comunali e persino al Partito Democratico locale, mescolando però piani differenti: da una parte le critiche politiche interne alla maggioranza, dall’altra gli addebiti evocati dal procuratore, che riguardano profili ben più delicati e non riconducibili al semplice conflitto politico.

L’assenza di autocritica

Colpisce soprattutto un elemento: nel lungo discorso pronunciato in piazza non è mai emersa una vera autocritica. Nessuna ammissione di errori politici o amministrativi, nessun riconoscimento delle difficoltà incontrate anche per responsabilità proprie. E neppure una parola nei confronti della Commissione straordinaria, visto che molte opere e progetti rivendicati dall’amministrazione Cuccurullo erano stati avviati o finanziati durante la gestione commissariale: dal primo lotto dello stadio Giraud alla riconversione dell’ex scuola Monsignor Orlando, passando per la darsena dei pescatori e l’Hub portuale.

In definitiva, il rischio,  è che il confronto politico finisca per trasformarsi in uno scontro esclusivamente emotivo e identitario, mentre la città attende ancora risposte concrete e soprattutto chiarezza sul futuro amministrativo dell’ente.

Ora la parola passa al Governo. Sarà il Consiglio dei ministri a decidere se le ombre richiamate dalla Procura siano tali da giustificare un nuovo scioglimento del Comune. Una decisione che avrà inevitabilmente un peso enorme non solo sul piano politico, ma anche sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.