Nel pieno del dibattito politico e istituzionale che sta attraversando Torre Annunziata dopo le dichiarazioni del procuratore Nunzio Fragliasso e le dimissioni del sindaco Corrado Cuccurullo, interviene l’ex sindaco avv. Luigi Monaco con un editoriale di taglio giuridico e politico.
Monaco richiama la distinzione tra responsabilità penale individuale e strumenti di prevenzione antimafia previsti dall’ordinamento, sostenendo che molte interpretazioni delle parole del magistrato sarebbero state “alterate” o “mistificate” nel confronto pubblico cittadino.
L'intervento dell'ex sindaco Luigi Monaco
"Nel dibattito pubblico capita spesso che termini giuridici vengano piegati alla polemica politica o alla semplificazione mediatica. È quanto sta accadendo anche attorno alle parole pronunciate dal Procuratore della Repubblica Nunzio Fragliasso in occasione dell’avvio dei lavori di abbattimento di Palazzo Fienga, luogo simbolo del potere criminale e dell’oppressione camorristica a Torre Annunziata.
Molti commenti hanno interpretato quelle dichiarazioni in modo errato, quasi fossero accuse penali definitive o giudizi di colpevolezza personale. Ma il punto centrale del discorso del Procuratore era un altro ed è profondamente giuridico prima ancora che politico o simbolico.
Nel nostro ordinamento esiste, infatti, una distinzione fondamentale tra il processo penale e gli strumenti di prevenzione antimafia previsti dall’articolo 143 del Testo Unico degli Enti Locali.
Nel processo penale lo Stato deve dimostrare una responsabilità individuale “oltre ogni ragionevole dubbio”. Servono prove rigorose, certe, formate nel contraddittorio. È il terreno delle condanne, delle assoluzioni, della responsabilità personale.
Diversa è invece la logica delle misure preventive antimafia. Qui non si tratta necessariamente di accertare un reato o di dimostrare la partecipazione di un amministratore a un’associazione criminale. Lo scopo è prevenire il rischio che la criminalità organizzata condizioni la vita democratica e amministrativa di un ente pubblico.
Per questo la legge consente di intervenire anche sulla base di elementi indiziari, collegamenti indiretti, anomalie amministrative, convergenze ambientali e situazioni che, pur non integrando una prova penale, mostrano un quadro complessivo di permeabilità alle organizzazioni mafiose.
È un passaggio che molta parte del dibattito pubblico continua a ignorare: un’assoluzione penale non equivale automaticamente all’inesistenza di un problema di condizionamento ambientale o amministrativo. I due piani sono autonomi perché hanno finalità diverse. Uno punisce i reati; l’altro protegge le istituzioni democratiche dal rischio di infiltrazione.
Ed è proprio dentro questa cornice che vanno lette le parole del Procuratore Fragliasso. Non come una sentenza pronunciata in piazza, ma come il richiamo a una verità storica e istituzionale: la presenza della camorra non si manifesta solo nei fatti penalmente provati, ma anche nella capacità di occupare spazi sociali, economici e simbolici del territorio.
L’abbattimento di Palazzo Fienga assume allora un valore che va oltre la demolizione materiale di un edificio. È il tentativo dello Stato di cancellare un simbolo del dominio criminale e riaffermare il principio che i territori non appartengono ai clan ma ai cittadini.
Proprio per questo appare ancor più grave il tentativo, compiuto pubblicamente dal Sindaco di Torre Annunziata, di utilizzare la piazza per stigmatizzare quelle parole e rappresentarle come improprie o ingiuste. E ciò non perché il dissenso istituzionale non sia legittimo — in democrazia lo è sempre — ma perché in questo caso la contestazione sembra nascere da una consapevole alterazione del significato tecnico-giuridico delle affermazioni del magistrato.
Il Sindaco è persona colta, dotata degli strumenti culturali e istituzionali necessari per comprendere perfettamente la differenza tra responsabilità penale individuale e valutazione preventiva del rischio di infiltrazione mafiosa. Proprio per questo la distorsione pubblica di quelle parole assume un peso politico ancora maggiore. Perché contribuisce ad alimentare nell’opinione pubblica l’idea sbagliata secondo cui parlare di condizionamenti ambientali significhi automaticamente formulare accuse penali contro singoli individui".
Non era questo il senso dell’intervento del Procuratore. E chi conosce il diritto amministrativo antimafia lo sa bene.
Mistificare quelle parole significa confondere volutamente due piani distinti: quello della responsabilità penale individuale e quello della tutela preventiva delle istituzioni. Una confusione che non aiuta né la verità né la comprensione dei fenomeni mafiosi.
Il diritto, invece, distingue. E lo fa perché le mafie moderne non agiscono soltanto attraverso reati dimostrabili in aula, ma anche mediante relazioni, pressioni, condizionamenti e consenso sociale. Ignorarlo significa non comprendere fino in fondo la natura del problema che lo Stato cerca di contrastare, con tutte le conseguenze negative che sono invece sotto gli occhi di tutti.


