Godiamoci il momento, fino a domenica sera è tassativamente vietato parlare di pronostici. E non è questione di scaramanzia: semplicemente, a volte, l’attesa è addirittura più suggestiva dell’evento, ne esalta l’importanza, rende i ricordi ancora più mitici e trasforma ciascuno di noi in attento interprete di dettagli che possono diventare perentori indizi.
Savoia-Sancataldese non è una partita come le altre, nessuno la vivrà come un appuntamento uguale agli altri che hanno scandito le giornate di questo girone I dell’antica Quarta serie. Alla fine ci sarà una sentenza, anzi due. Ma che nessuno ne parli, almeno prima che l’arbitro abbia fischiato l’epilogo della storia.
I ricordi che tornano a galla
Contano, in questi giorni, molto i ricordi: come eravamo vestiti il giorno della prima promozione vissuta da spettatore, che cosa mangiammo quella domenica, come fu superata quell’assenza a sorpresa che pareva aver decapitato il nostro attacco. Il nostro? Ebbene sì, in queste ore cade anche il mito del giornalista che non potrebbe essere anche un tifoso: come si fa a non sperare disperatamente che il Savoia possa centrare l’ennesima vittoria in un campionato.
Quando il Savoia era un pezzo d’infanzia
Stavolta parlo in prima persona: non sono vecchio come Matusalemme, ma io c’ero già ai tempi di Piccoli-Costanzo-Coluccia… mi fermo qui, ma potrei continuare la litania della formazione ricordando Milano, Nicola Rana, Ciccio Palumbo e Tortora tanto per onorare le imprese di chi firmò l’impresa delle finali del torneo che ci portò in serie D negli anni 60. Ero alle scuole elementari quando Nardino Sfera generosamente assecondava la mia ricerca di autografi lungo via Gambardella: così vincevo facile con le firma di Padovani, Rossi, Bertossi, D’Apollonia, Boesso e la coppia internazionale di allenatori in panchina formata dallo stabiese Spartano e dal sudamericano Lopez. Quelli erano gli anni del Napoli che si riaffacciava come protagonista in serie A, ma vuoi mettere il fascino di un calciatore che vedi tutti i giorni in campo ad allenarsi o al bar Martinazzi in una seduta tecnica supplementare per rispondere alle mille domande di insaziabili tifosi?
Le domeniche che non si cancellano
Nessuno riuscirebbe mai a cancellare la vigilia di un Savoia-Turris oppure la telecronaca in diretta telefonica della sentenza che ci spedì in serie C, punendo per illecito la squadra dei nostri vicini di casa. Per me (stagione ’69-’70) i files di quell’anno restano ineguagliati: Peressin-Lino Villa-Eco formarono il trio d’attacco più forte di sempre. Su quest’argomento sarei pronto a sfidare Biscardi e Lele Adani, tanto per far capire dove può arrivare la passione.
Le lacrime, il riscatto e Gigi Farinelli
Tutte emozioni vissute rigorosamente in diretta, come solo in provincia può accadere. Può succedere solo qui che conservi in un angolo del tuo personalissimo archivio l’istantanea bagnata dalle lacrime di un giovane portiere distrutto dopo una sconfitta casalinga contro la grande Salernitana e accanto vedi lo stesso protagonista che allo stadio San Ciro di Portici abbraccia tutti dopo aver conquistato, da presidente del Savoia, una promozione esaltante in C. Passano più di vent’anni tra quelle due foto, ma il senso di riscatto sul volto di Gigi Farinelli è un’immagine che vale più di mille telecronache vissute nella cabina di regia di un grande network. Fa capire quanto grande può essere la gioia che il calcio può regalare.
Dalla serie B ai nuovi anni zero
Abbiamo vissuto una realtà fatta anche di cocenti delusioni, di retrocessioni ingloriose, ma basta la realizzazione di un sogno a cancellare tutto il brutto della vita, sconfitte comprese. Abbiamo vissuto anche questo: se penso al Savoia promosso in serie B ancora non ci credo, ma quanto bello fu il risveglio dopo lo spareggio vinto sulla Juve Stabia. E le prime giornate vissute in B con Ghirardello cannoniere e noi a gioire in uno stadio finalmente ricostruito.
La storia era cominciata a Foggia, nel 1995, nella finale playoff vinta sul Matera. Anche lì una favola da raccontare: l’allenatore del Savoia era Gigi De Canio, materano che vinse battendo il suo passato e cominciando la parte più affascinante della sua carriera.
Il progetto che ha riacceso il sogno
Due momenti di grande euforia che precedettero un nuovo anno zero. La risalita è stata maledettamente lenta, ma la voglia di far festa è stata sempre lì, pronta a manifestarsi alla prima occasione. Rari lampi, accadde quando Lazzaro Luce allestì una squadra che raccolse consensi e stimolò lo spirito Savoia sempre presente in un pubblico pronto a mobilitarsi ai primi segnali di vita. Solo un’illusione, prima dell’ultima avventura, quella che stiamo vivendo grazie al progetto sostenibile che Nazario Matachione ha costruito: l’idea vincente è sua, ha creduto fortemente nell’alleanza con Emanuele Filiberto che ha il nome Savoia nella sua casata. Ha scelto come manager Antonio Mazzei, un calabrese che aspettava solo di partecipare alla confezione di un grande disegno: tutti insieme hanno deciso di puntare su Raimondo Catalano, un allenatore barese bravo sul campo e abituato a lavorare con i giovani. Cioè i calciatori, alla fine gli eroi saranno loro. Finora sono stati tutti bravi. Per entrare nella storia, anche dei nostri ricordi manca poco, anzi pochissimo.


